mercoledì 9 maggio 2018

Velo o non velo tra bellezza e libertà di scelta #StayHumanMessenger

Uno dei video realizzati dagli studenti che verrà presentato oggi alla manifestazione finale dell'attività didattica svolta nelle scuole torinesi dal corso "Islam: radici, fondamenti e radicalizzazioni violente", giunto alla sua terza edizione grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo

L'unico corso in Italia che, per p
revenire la polarizzazione e gli estremismo violenti, offre ai giovani uno spazio sicuro per discutere di argomenti delicati: Islam, migrazioni e terrorismi.

Oltre alla presentazione e premiazione dei lavori delle classi di studenti interverrà per occasione il magistrato Stefano Dambruoso per il Giorno della Memoria delle Vittime del Terrorismo e delle stragi.


martedì 1 maggio 2018

Mostra #SiamolanostraMemoria

Orgoglioso di aver collaborato ai testi per questa mostra che sarà inaugurata
venerdì 4 maggio 2018  alle ore 10,00
alla presenza del Capo della Polizia, Prefetto Franco Gabrielli
presso la Questura di Torino in Corso Vinzaglio 10

martedì 24 aprile 2018

Narrazioni resilienti su Islam, migrazioni e terrorismi




TORINO 9 MAGGIO 2018.
Manifestazione finale dell'attività didattica svolta nelle scuole torinesi dal corso "Islam: radici, fondamenti e radicalizzazioni violente", giunto alla sua terza edizione grazie al sostegno della Compagnia di San Paolo.
L'unico corso in Italia che offre ai giovani uno spazio sicuro per discutere di argomenti delicati: Islam, migrazioni e terrorismi.
Oltre alla presentazione e premiazione dei lavori delle classi di studenti interverrà per occasione il magistrato Stefano Dambruoso per il Giorno della Memoria delle Vittime del Terrorismo e delle stragi.

PRESENTAZIONE
Da una parte l’uomo “nuovo”, purificatore del mondo, in rivoluzione permanente contro nemici disumanizzati da uccidere senza remora alcuna per ricostruire il Califfato. Dall’altra un’Europa ripiegata su se stessa presa tra l’incerta uscita da una lunga crisi economica e un continuo flusso di migranti e rifugiati che spinge alle sue porte.
In mezzo ci siamo noi, ma soprattutto i giovani europei, compresi i figlie e le figlie di migranti integrati di origine mussulmana, che si trovano in un flusso di narrazioni che oscilla tra la propaganda jihadista dello Stato Islamico e le espressioni pubbliche di paura dell’islamizzazione del nostro continente.
Per usare le parole del grande umanista franco-bulgaro Tzvetan Todorov: “Oggi l’islamofobia e il jihadismo si rafforzano vicendevolmente” . Di fronte a tale manicheismo è urgente resistere soprattutto negli spazi pubblici dove si formano i cittadini europei di domani, dove studiano i giovani che, come ci raccontano le cronache anche italiane, possiamo poi ritrovarci arruolati nelle file di organizzazione estremiste violente.
Come resistere? Con quali discorsi, valori e narrazioni?
Di fronte ai conflitti, al terrore, alla paura, ai discorsi ideologici, semplicistici e stereotipati, possiamo solo usare l’arma ragionevole della conoscenza, provando a raggiungere i giovani delle nostre scuole privi di conoscenze sulla cultura islamica, sui fenomeni globali di migrazione e quelli di radicalizzazione violenta, nonché dei complessi scenari dell’attuale politica internazionale.
Sul modello delle iniziative attuate in altri paesi e promosse, come buone pratiche, dall'Unione Europea, con la sua rete sulla radicalizzazione (RAN), è stato avviato fin dal 2015 un progetto di offerta formativa ad integrazione della didattica curricolare per le scuole secondarie della città metropolitana di Torino, intitolato “Islam: radici, fondamenti e radicalizzazione violente. Le parole e le immagini per dirlo.”
Il progetto interviene nelle scuole medie primarie e secondarie dell’aera metropolitana torinese con l’obbiettivo di promuovere chiarezza di concetti e idee di fronte ad un linguaggio mediatico approssimativo che investe i giovani con parole e slogan che meritano invece di essere adeguatamente compresi e contestualizzati nel panorama dell’attualità geopolitica, italiana, europea ed internazionale.
La prima parte di incontri con le classi sottopongono all’attenzione di studenti e docenti alcune parole chiave, ricorrenti nella carta stampata, così come tra i mezzi di comunicazione più diffusi, intorno alle quali sviluppare un ragionamento critico, non solo sul piano lessicale e terminologico, ma anche storico e culturale. Ogni coppia concettuale di parole (Migrante e spazio, Terrore e terrorismo, Radicale e radicalizzazione, Religione e fondamentalismo, Forza e violenza, Islam e islamofobia) si accompagna ad immagini tratte da un più ampio repertorio, di uso comune, delle quali si fornisce, a loro volta, una lettura critica con il supporto di esperti.
La seconda parte di incontri con le classi si concentra invece sulle narrative: testimoni diretti - imam, migranti e vittime del terrorismo - raccontano le loro esperienze agli studenti e rispondono alle loro domande.
L’obiettivo specifico del progetto è quindi quello di rafforzare il pensiero critico degli studenti sulle suddette parole chiave, aumentare la diffidenza verso le forme di propaganda di odio e violenza, aumentare la coesione interculturale tra gli studenti e l’empatia verso i soggetti vittime del terrorismo, della necessità di migrare e della stigmatizzazione politico o religiosa.
L’impatto degli interventi è monitorato attraverso questionari di valutazione anonimi sottoposti ad ogni singolo studente ad inizio e fine attività.
Il percorso si conclude con la richiesta alle classi di restituire un messaggio, in forma di video, frutto della loro riflessione su uno dei temi/termini trattati e che viene poi presentato in una manifestazione pubblica finale con tutte le scuole nel mese di maggio. I video-messaggi realizzati dagli studenti, da quest’anno, saranno inseriti in una campagna di comunicazione sul social network con l’hastag #StayHumanMessenger.

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Informazione sulla storia dell'iniziativa:
P/CVE, lavorare coi giovani e le vittime del terrorismo: esperienze, criticità e prospettive in Italia
Evento Facebook:
https://www.facebook.com/events/185698128722405/

venerdì 20 aprile 2018

Presentazione del libro “Siamo davvero sicuri?”

A Torino, il 23 aprile, il Circolo dei lettori (via Bogino 9) ospiterà Massimo Montebove e Antonella Marchisella, autori di “Siamo davvero sicuri?” per discutere del libro e del tema sicurezza. Interverranno anche la psicologa Cristina Civilotti,  il ricercatore Luca Guglielminetti, l’esperto in sicurezza internazionale Fabrizio Minniti, il Segretario generale del Sindacato Silp Cgil PIemonte Nicola Rossiello, l’esperto in security and counterterrorism Gianluca Sciorilli, il direttore tecnico del Compartimento di Polizia Postale e delle Comunicazioni di Torino Giuseppe Zuffanti.


giovedì 29 marzo 2018

Più grave oggi il ritardo italiano sulla prevenzione della radicalizzazione

Da oltre 4 anni si parla di prevenzione della radicalizzazione violenta, almeno qui dal post "Softpower nella prevenzione del terrorismo: il divario europeo" e ancora oggi l'Italia è praticamente l'unico paese europeo privo di un strategia nazionale di prevenzione in materia.
L'unica forma attuata fino ad oggi riguarda le espulsioni del Ministero degli Interni, ma al di là della loro efficacia (dubbia sui tempi lunghi), non è una pratica applicabile ai cittadini italiani: che siano convertiti o le seconde generazioni di giovani figli o figlie di migranti da paesi a maggioranza musulmana.

La precedente legislatura è terminata senza l'approvazione della proposta di legge in materia di prevenzione della radicalizzazione, così come senza quella sullo ius soliFine legislatura senza jus soli né lotta alla radicalizzazione. Il perché. 
I due recenti casi di Foggia e Torino che hanno coinvolto due italiani:  "il cattivo maestro" Habdel Rahman, 58enne manipolatore di giovani cervelli dai 4 ai 10 anni, e il giovane Elmahdi Halili, già arrestato per aver per primo tradotto in italiano un documento dell'ISIS, hanno aggiornato l'allarme terrorismo e pongono con urgenza un problema. Infatti, seppur la minaccia del terrorismo jihadista abbia ancora una dimensione relativa in confronto ad altri paesi europei e le nostra capacità investigative abbiano dimostrata grande abilità nel contrastare sul piano della prevenzione gli atti di terrorismo, in prospettiva, si pone seriamente il problema dei giovani italiani in fase di radicalizzazione

Non si può non osservare che i bambini coinvolti nelle nelle lezioni di odio di Habdel Rahman siano delle vittime, al pari di quelli che, nello Stato Islamico, erano normalizzati alla violenza e alla deumanizzazione dei nemici. Non si può neppure non osservare come Elmahdi Halili già arrestato nel 2015 appena studente, non abbia avuto alcuna opportunità di recupero in un programma di de-radicalizzazione.
Col passare del tempo non si potrà continuare a non mettere in campo politiche e personale specialistico per far fronte tanto alle giovani vittime dei cattivi maestri che a chi è in fase di radicalizzazione, quando non ha ancora agito alcuna violenza.

Questo il senso di poche battute recepite dal TG3 nazionale delle ore 19 di ieri 28 marzo...



TG3 del 28.3.2018: L'arresto di Halili e il ritardo italiano su prevenzione radicalizzazione from Kore on Vimeo.







giovedì 22 marzo 2018

P/CVE, lavorare coi giovani e le vittime del terrorismo: esperienze, criticità e prospettive in Italia

ABSTRACT:
I primi progetti italiani sulla prevenzione dell'estremismo violento sono iniziati nel 2012 sulla base dell'esperienza dell'Aautore nel lavoro di cornice della Radicalization Awareness Network (RAN), istituito dalla Commissione Europea nel 2011, e Aiviter, le più grande associazione di vittime del terrorismo in Italia. Il gruppo di lavoro RAN sulla Voce delle vittime del terrorismo ha evidenziato nella sua attività durante 4 anni (pubblicati nel suo manuale) le principali questioni per sviluppare le (pre) condizioni per consentire alle vittime di diventare sopravvissuti attivi promotori di narrative alternative da utilizzare nei programmi scolastici e nelle attività P/CVE (prevention / counter violent extremism). Gli scopi principali dei progetti italiani erano (e lo sono tuttora) rafforzare il pensiero critico dei giovani e le competenze utili a consentire loro di affrontare la propaganda e la disinformazione attraverso l'uso pedagogico delle testimonianze/voci delle vittime. La descrizione dei progetti italiani realizzati a Torino è accompagnata dalla segnalazione dei loro punti deboli e delle loro criticità. L'A. sottolinea, infine, diversi punti per migliorare sia la valutazione della metodologia dell'impatto nell'attività didattica che le politiche pubbliche italiane sulla resilienza per le comunità e le vittime del terrorismo.


giovedì 15 marzo 2018

Aldo Moro: il rapporto esemplare tra Stato e vittime del terrorismo

La diretta televisiva dei funerali di Stato di Aldo Moro: qui il video

Quello di cui si parlerà meno in questo quarantesimo anniversario del rapimento e omicidio (16 Marzo - 9 maggio) di Aldo Moro, sarà il 14 maggio 1978: il giorno dei suoi funeriali di Stato.

(...) Nel corso dei 55 giorni che precedettero l’omicidio di Aldo Moro, il tema del rapporto tra politica, media e terroristi aveva per epicentro le lettere dello statista democristiano che i brigasti facevano filtrare ai media. Gli interessi del rapito e della sua famiglia, da una parte, e quelli dello Stato dall’altra, posero stampa e televisioni in una situazione di forte pressione tra le spinte a pubblicare o silenziare tali documenti. Com’è noto le lettere vennero pubblicate, ma furono alimentati dubbi che giunsero fino a mettere in dubbio la lucidità, o a dubitare della sanità mentale del rapito.
Il caso Moro ebbe un epilogo che rende esemplarmente il rapporto tra Stato e vittime, ‘mediato’ da giornali e televisioni. Dopo le aspre vicissitudini dei giorni del rapimento, comprese quelle tra politica, media e familiari dello statista democristiano, la moglie Eleonora ottemperò alle ultime volontà che lo statista aveva espresso nella lettera a Benigno Zaccagnini del 24 aprile 1978: «Per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato né uomini di partito. Chiedo di essere seguito dai pochi che mi hanno veramente voluto bene e sono degni perciò di accompagnarmi con la loro preghiera e con il loro amore» (Moro, 2008). Il risultato fu che la televisione trasmise agli italiani un paradossale funerale di Stato dalla basilica di S. Giovanni in Laterano a Roma alla presenza del Papa, autorità istituzionali e uomini politici, fondato su una duplice assenza: quella della salma di Moro e dei suoi famigliari più stretti.
Il rapimento è una forma di attacco che non si risolve nei pochi minuti di una sparatoria o di un’esplosione, ma dilata il tempo dell’azione terroristica. In quella frazione di tempo si possono osservare dinamiche mediatiche e politiche che hanno, rispetto alla vittima, un carattere parzialmente ‘genuino’ derivante dall’impossibilità di conoscere gli esiti del rapimento. Tale incertezza non rende meno ‘stumentalizzabili’ le vittime, ma, obbligando gli attori politici e sociali a schierarsi sulla strategia di gestione del rapimento, fanno emergere in modo chiaro la visione che ciascuna parte ha delle vittime, del loro valore umano rispetto la Ragion di Stato. (...)
(da Luca Guglielminetti, La percezione sociale delle vittime del terrorismo, in “Rassegna Italiana di Criminologia”, n.4/2017, Pensa MultiMedia Editore, Lecce, 2017) 
Leggi di più qui. 

domenica 25 febbraio 2018

La memoria infetta della polarizzazione fascismo/antifascismo





Conflitti, violenza politica e terrorismi innestano una ‘dinamica’ che il grande umanista Tzvetan Todorov (Memoria del male, tentazione del bene, 2001) riassume come segue: «quando gli avvenimenti vissuti dall’individuo o dal gruppo sono di natura eccezionale o tragica, il diritto di ricordare e di testimoniare diventa un dovere”. E aggiunge: “Nei paesi democratici, la possibilità di accedere al passato senza sottoporsi a un controllo centralizzato è una delle libertà più inalienabili, accanto alla libertà di pensare e di esprimersi. Essa è particolarmente utile per quanto concerne le pagine nere nel passato di questi paesi».

Dal dopoguerra in Italia le memorie dei diversi conflitti violenti sono entrati nelle agende politiche di organizzazioni diverse. Alcune, come quelle delle vittime del terrorismo, sono diventate veri e propri "imprenditori della memoria", per utilizzare il concetto coniato da Annalisa Tota (La città ferita, 2003). Le associazioni delle vittime, nonostante la divisione tra quelle che privilegiavano la memoria delle stragi nere e quelle delle stragi e attentanti individuali rossi, hanno trovato terreni comuni nella promozione dei diritti delle vittime e nella battaglia per la trasparenza dello Stato, contro i suoi segreti, coperture e depistaggi.

L’attività di salvaguardia della memoria condotta nei confronti delle vittime della violenza politica diffusa di quegli stessi anni di piombo - qualla praticata negli scontri di piazza ad opera di organizzazioni non clandestine, come Lotta Continua e il Fronte della Gioventù - ha avuto come attori, invece, gli eredi politici di tali organizzazioni. Non i familiari o le vittime superstiti, ma alcuni centri sociali di estrema destra e sinistra, con le loro cerimonie periodiche di omaggio ai vari ‘compagni’ o ‘camerati’ colpiti.

Il risultato è che l'attività di memoria presenta una dislocazione politica dell'associazionismo italiano in una mappa che vede la maggior parte dei soggetti distribuirsi sullo l'asse fascismo/antifascismo, oggi tornato attuale nella campagna elettore. Un elemento che polarizza l'opinione pubblica e che soggiace al dominio del risentimento: “memoria infetta” nella definizione calzante di Edgar Morin (Il vivo del soggetto", 1969).

Mentre la memoria delle vittime degli opposti terorrismi ha trovato una sintesi nel riconoscimento ufficiale in leggi e cerimonie di valore civile ed istituzionale, cioè una memoria sanata, almeno parzialmente dell'infezione; al contrario, la memoria di quelle della violenza ed estremismi di piazza sono rimaste assai più soggette a strumentalizzazioni politiche 'partigiane', cioè di parti militanti, ma anche militarizzabili e quindi prodromo di possibili nuove violenze.

Disinnestare questa polarizzazione che ciclicamente si presenta nell'agenda e nell'arena politica italiana è naturalmente possibile, ma occorre una volontà politica bipartisan, capace di sanare le ferite di un pezzo di storia, con la sua scia di sangue, non condivisa.

Non si tratta di equiparare fascismo e antifascismo, ma di superarli utilizzando un termine plurale per definire le derive europee del XX secolo che non vorremmo ripercorrere: i totalitarismi. Ad oltre 70 anni da Piazzale Loreto e a quasi 30 dal crollo del muro di Berlino, si potrebbe forse ampliare il carattere antifascista della nostra Costituzione.


sabato 10 febbraio 2018

Macerata: la dimensione profonda e trasversale del razzismo


Per la sparatoria di Macerata sono stati sottolineati i tempi lunghi impiegati da autorità e politici per portare la solidarietà alle sei vittime; altri hanno tenuto a enunciare pubblicamente i loro nomi. Tutto giusto. Un dettaglio però evidenzia come l'interesse per le vittime sia sempre piuttosto strumentale, cioè subordinato a quello assai più rilevante di pubblicizzare ciascuno la propria agenda politica di opinion leader o parte politica.
Nelle ore successive alla sparatoria condotta da Luca Traini, sabato scorso, i servizi sanitari segnalavano di essere stati contattati da altre due vittime poi fuggite prima dell'arrivo dei soccorsi, presumibilmente per paura dello status di migranti illegali, così come ha fatto un altro dei feriti nei giorni successivi al ricovero in ospedale.
Di loro due non abbiamo nessuna notizia, nessun interesse sulle loro condizioni di salute o sui loro nomi.
Quando accaduto di criminale andrebbe osservato in dettagli come questo: vero rimosso politico e mediatico che nasconde la dimensione profonda e trasversale del fenomeno razzista.
Naturalmente l'urgenza di sventolare qualche bandiera e qualche termine allarmistico, come "terrorismo neofascista", è di gran lunga considerato più rilevante che preoccuparsi seriamente dei feriti, vittime senza nome, volto e storia, testimoni e parte lesa di un crimine che interroga tutti.

martedì 23 gennaio 2018

P/CVE, Working with Young People and Training Trainers

Speech on "P/CVE, Working with Young People and Training Trainers: Experiences, Critical Issues and Prospects in Italy" at the conference “The prevention of radicalisation of young people” at the University of Modena in the fram of Yeip Eu project.

mercoledì 10 gennaio 2018

Fine legislatura senza jus soli né lotta alla radicalizzazione. Il perché.

Si evoca spesso l'interrogativo centrale del dibattito sulla lotta contro il terrorismo, cioè quello su quale sia «il prezzo della democrazia» che gli Stati e gli ordinamenti sono disposti a pagare nella difficile ma necessaria ricerca di un equilibrio tra istanze di sicurezza e istanze di libertà.
Si evoca ma poi o si limita a generici enunciati, o si svolge in ambiti accademici ristretti o in pubblicazioni dai prezzi proibitivi e in lingua inglese, col risultato che non giunge mai ai media e al grande pubblico.

Il caso recente più eclatante riguarda la mancata approvazione in Senato della riforma delle legge sulla cittadinanza. Approvata dall'Assemblea della Camera  il 13 ottobre 2015 (a. s. 2092) la proposta si concentrava sulla questione fondamentale della tutela dell'acquisto della cittadinanza da parte dei minori, apportando a tal fine alcune modifiche alla legge sulla cittadinanza (legge 5 febbraio 1992, n. 91). La novità principale del testo consisteva nella previsione di una nuova fattispecie di acquisto della cittadinanza italiana per nascita (c.d. ius soli) e nell'introduzione di una nuova fattispecie di acquisto della cittadinanza in seguito ad un percorso scolastico (c.d. ius culturae).

Nel corso del dibattito in Parlamento, sui media e nelle manifestazioni pro o contro la riforma, non mi risulta che sia stato evidenziato che tale disegno di legge andasse a configgere seriamente con lo strumento perno delle politiche nazionali di lotta al terrorismo internazionale: le espulsioni amministrative. Cioè quelle deportazioni di individui privi della cittadinanza italiana ordinate dall'esecutivo, senza passare da nessuna verifica giudiziaria.

Proprio dallo stesso anno 2015 sono diventate lo strumento più pubblicizzato dai Ministri degli Interni per tranquillizzare la pubblica opinione, con il risultato che 147 persone sono state espulse dall'Italia senza processo e su base di oscuri e inverificabili indizi di "pericolosità sociale", da gennaio 2015 a marzo 2017.

Graph
Queste le espulsioni fino a Marzo 2017. Dai nuovi dati alla fine del 2017 le espulsioni sono state 105 (contro le 66 del 2016: incremento di circa il 60%!)


Vantaggi, limiti, lesione dei diritti umani ed effetti controproducenti di tale misura antiterrorismo sono illustrati in questo saggio del ricercatore Francesco Marone, qui, il quale conferma la scarsità di dibattito sul tema e precisa, nelle conclusioni, che: "Altri strumenti sono necessari, soprattutto a lungo termine. In particolare, vale la pena ricordare che, a differenza di molti altri paesi europei, l'Italia non ha ancora sviluppato programmi di contro-radicalizzazione e de-radicalizzazione a pieno titolo."

Già, anche la proposta di legge in materia di radicalizzazione (conosciuta come Pdl Dambruso/Manciulli qui) si è fermato al Senato priva di approvazione, in questo caso senza la protesta di nessuno, nè una riga sui giornali. Evidentemente 'nessuno' era consapevole che i due testi, di riforma della cittadinanza e le misure di prevenzione e contrasto alla radicalizzazione, erano due facce di quella stessa medaglia che si sarebbe scontrata con l'indiscusso metodo delle deportazioni.

(C'è da scommettere che in campagna elettorale il dibattito in merito non avrà alcun sviluppo...)