venerdì 17 novembre 2017

Carlo Casalegno e la zona grigia




Il 16 novembre 1977, le Brigate Rosse colpirono il vicedirettore del quotidiano La Stampa, Carlo Casalegno. Lo sorpresero sotto il portone di casa a Torino e lo ferirono con quattro colpi di pistola in pieno volto che il 29 novembre 1977 risultarono letali.
Qurantanni dopo, in questi giorni, non sono mancati articoli di commemorazione di questo grande editorialista, già partigiano del movimento Gustizia e Libertà.

Nessuno però ha ricordato alcuni dettagli successivi a quella storia. Qui se ne elencano alcuni.

Trent'anni dopo, nel 2007, il giornalista Riccardo Chiaberge, allora nella redazione del giornale torinese, scrive le seguenti parole su il Sole24Ore (1):

«Nel marasma postmoderno della mostra sugli anni Settanta alla Triennale di Milano, tra fumetti di Vampirella, filmati di Pasolini, partite Italia-Germania e pantaloni a zampa di elefante, una delle poche sale che merita una sosta è quella dove stanno appese, come lenzuola al sole, le prime pagine dei giornali con i fatti salienti dell’epoca, dalle contestazioni degli autonomi, a Lama, al caso Moro. C’è naturalmente, il Giornale del 3 giugno 1977 con l’attentato a Indro Montanelli (manca invece il Corriere che aveva omesso nel titolo il nome del gambizzato) e c’è la Stampa di giovedì 17 novembre che annuncia l’agguato Br a Carlo Casalegno (sarebbe morto tredici giorni dopo, al termine di un’atroce agonia). Non c’è, né ci poteva essere, perché ben custodito negli archivi del quotidiano, un antefatto di quel barbaro assassino, che forse merita di essere richiamato alla memoria a trent’anni di distanza.

Due mesi prima, nella notte del 18 settembre, una bomba molotov viene lanciata contro lo stabilimento della Stampa. I volantini dei terroristi sono espliciti: “Riflettano prima di stendere l’ultimo pezzo. I giornalisti sappiano che d’ora in poi sapremo alzare il tiro”.

La risposta del direttore Arrigo Levi non si fa attendere: l’editoriale del giorno successivo, oltre a denunciare questo clima di intimidazione, chiama in causa Lotta Continua come movimento in qualche modo fiancheggiatore del partito armato. Non sono tesi nuove, Casalegno nella sua rubrica da mesi batteva cocciutamente su quel tasto, additando complicità e connivenze. Ma la presa di posizione di Levi non è condivisa da una parte del corpo redazionale.

Il mugugno si condensa in un documento di censura al direttore, in nome della libertà di espressione e del distinguo, allora in voga, tra parole e pallottole. Lo firmano molti simpatizzanti della sinistra extraparlamentare ma anche qualche redattore ingenuamente (o stupidamente) garantista, tra cui il sottoscritto. La rivolta sfocia in un’assemblea tumultuosa, cui partecipa, incupito e taciturno, lo stesso Casalegno. Ma dopo l’ennesima filippica di uno dei ribelli, il vicedirettore scatta in piedi e abbandona la sala, lui di solito così compassato, gridando: “Siete una manica di stronzi!”. Ci sarebbe voluta la Nagant di Raffaele Fiore, due mesi dopo, per farci aprire finalmente gli occhi. È vero, eravamo degli stronzi, o forse degli imbecilli.

L’insubordinazione verso il direttore ci sembrava un gesto più chic, più “libertario” dell’intransigenza contro i terroristi. Personalmente, non ho mai smesso di pentirmi di aver firmato quel documento.

E gli altri della lista?
Coraggio, colleghi, se ci siete, battete un colpo». 

Non mi risulta che altri suoi colleghi abbiano battuto colpi nel decennio successivo...
Questo outing politico del giornalista Chiaberge evidenzia due aspetti.

Come i simpatizzanti di organizzazioni terroristiche abbiano giocato un ruolo, per altro non sempre quantificabile, all’interno dei media - come risultò anche dalle indagini sull’assassinio del giornalista Walter Tobagi del Corriere della Sera (2) - e quindi nella percezione del terrorismo da parte dell'opinione pubblica, ed in particolare delle vittime che giudicavano lontane dalle loro posizioni politiche.

Il je m’accuse fu scritto in un periodo non casuale, quello in cui lo Stato italiano iniziava ad investire sulla centralità della vittime del terrorismo. Il 2007 è infatti l’anno in cui viene istituita dal Parlamento italiano la Giornata delle Memoria dedicata alle vittime del terrorismo il 9 maggio.

Ne I sommersi e i salvati c'è un capitolo intitolato La zona grigia tra i più importanti e significativi del capolavoro di Primo Levi (1986). In questo ci informa sul particolare che lo spazio tra la categoria delle vittime e dei carnefici non sia vuoto, bensì «costellato di figure turpi o patetiche (a volte posseggono le due qualità ad un tempo) che è indispensabile conoscere se vogliamo conoscere la specie umana». Si tratta, come noto, delle varie forme di collusione o di acquiescenza tra vittime e oppressori: i Kapo, i Prominenten, e tutte le altre figure del privilegio nel Lager nazisti e nei ghetti ebraici.
Il terrorismo condotto da organizzazioni non statali non presenta questa forma di collusione, ma è comunque dotato di una zona grigia, più o meno grande. L'autore stesso del concetto, lo suggerisce alla fine dal capoverso in cui lo presenta:
«La zona grigia della “protekcja” e della collaborazione nasce da radici molteplici. (…) Questo modo di agire è noto alle associazioni criminali di tutti i tempi e luoghi, è praticato da sempre dalla mafia, e tra l'altro è il solo che spieghi gli eccessi, altrimenti indecifrabili, del terrorismo italiano degli anni '70» (3).

Marcello Maddalena, magistrato a Torino durante gli ‘anni di piombo’, al convegno dello stesso anno (1986) del libro di Levi, promosso dall'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo (Aiviter), precisa:

«Non ci si deve dimenticare della cultura di quel periodo, degli insegnanti e degli ‘insegnamenti’ di quel periodo. Ricorderò ancora quanto, proprio in quegli anni bui, ebbe a dire al riguardo in un convegno di “operatori” italiani e tedeschi del diritto, un sociologo tedesco, Kilmansegg. (…) In quel convegno si parlava della RAF in Germania e delle B.R. in Italia ed una delle constatazioni emergenti da quel dibattito fu che il fenomeno del terrorismo rosso era assai più isolato in Germania che non in Italia, nel senso che in Italia si era creata, attorno al terrorismo rosso, una atmosfera culturale sostanzialmente favorevole o comunque “propiziatrice”: (...) una “moda” o una “corrente” culturale molto diffusa, soprattutto in ambienti intellettual-borghesi, tale da farvi allignare e prosperare il verbo dei terroristi» (4).

Nella stessa occasione, Angelo Ventura (1986), professore a Padova e storico (tra i massimi studiosi del terrorismo italiano), apre il suo intervento denunciando il comportamento del quotidiano torinese:
«Ma avete visto come la "Stampa" ha annunciato - solo stamane, troppo tardi - questo convegno, in tre righe anodine e ben nascoste in mezzo agli altri annunci. Che vergogna, il giornale di Casalegno!».

Decenni dopo il giornalista Massimiliano Griner (2014) scrive un libro dal titolo La zona grigia e sottotitolo: "Intellettuali, professori, giornalisti, avvocati, magistrati, operai. Una certa Italia idealista e rivoluzionaria", per i tipi di Chiarelettere. Sono alcune storie dei personaggi che hanno aderito, fiancheggiato, simpatizzato o accettato il terrorismo eversivo di sinistra e che, con le loro complicità indirette o scoperte, hanno reso possibile l'ampiezza, l'intensità e la durata del terrorismo del caso italiano. Durata che si è protratta indirettamente, sotto forma di obliterazione e ‘silenziamento’ delle vittime (5), per i due decenni successivi alla fine degli ‘anni di piombo’, convenzionalmente collocata il 17 Aprile del 1988 con l’assassinio del senatore Roberto Ruffilli a Forlì.

Il concetto di zona grigia amplia la descrizione e la portata dei fattori sociali e mediatici che aumentano la percezione nell'opinione pubblica che ci sia una qualche responsabilità delle vittime alimentando il distacco emotivo da loro, un “allontanamento dalla memoria”, il cui esito conseguente è l’isolamento sociale che la vittima subisce.

 L. G.


(1) Chiaberge R. (2007). Contrappunto, Il Sole-24Ore Domenica 4 novembre 2007, http://coaloalab.altervista.org/quei-giornalisti-contro-casalegno/ (vista il 15/09/2017)
(2) Brambilla M. (2010). L' eskimo in redazione. Quando le Brigate Rosse erano «Sedicenti». Ares
(3) Levi P. (1986). I sommersi e i salvati, Torino: Einaudi. pp. 29-30
(4) Atti del Convegno "Lotta al terrorismo. Le ragioni e i diritti delle vittime", Torino, 1986, p.41
(5) Particolarmente significato il racconta del giornalista Giovanni Fasanella, autore con Antonella Grippo (2006) de I silenzi degli innocenti., BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, delle difficoltà riscontrate con gli editori, nel suo intervento a Torino in occasione del Convegno europeo Aiviter: "Narrazioni contro il terrore - La voce delle vittime europee del terrorismo: problemi e sfide", 4 Novembre 2011:  https://vimeo.com/31958027 (vista il 15/09/2017)

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