lunedì 20 febbraio 2017

Collection of inspiring practices on CVE & radicalisation




My interview with some colleagues of the RAN: the Radicalisation Awareness Network connections practitioners within the EU who work with radicalised individuals or those thought to be vulnerable to radicalisation. The network has collected over 100 practices developed by practitioners in an online database. The aim is to offer advice, inspiration, and an opportunity to find partners.

venerdì 10 febbraio 2017

Dialogo interreligioso a Torino sul prevenzione e contrasto dell'estremismo violento



Contrasto e Prevenzioni di radicalizzazione ed estremismo violenti: Europa, Italia e Torino


Se le guerre hanno avuto nel corso dell’ultimo secolo uno strumento giuridico, il diritto internazionale, e una sede sovrannazionale, le Nazioni Unite, dove provare a disinnescare o contenere il fenomeno; i terrorismi viceversa, che dal secondo dopo guerra hanno sempre più prevalso come modalità di conflitto a bassa intensità bellica ma a forte efficacia destabilizzante e impatto politico, non hanno trovato a tutt’oggi le ragioni di una definizione comune e condivisa dal consesso internazionale.

Solo l’Europa si è accordata su un definizione di atto di terrorismo nel 2001: qui https://it.wikipedia.org/wiki/Organizzazioni_terroristiche_secondo_l'Unione_europea
Come sappiamo però, purtroppo l’Europa non condivide una politica estera, un sistema comune di difesa e di intelligence. Nella lotta al terrorismo, ha quindi capacità limitate di fare prevenzione, cioè di sostenere la repressione dell’atto eversivo in una delle fasi che precedono la sua attuazione concreta di attentato.

La strategia della UE, dal 2005, si è quindi concentrata sulla lotta contro la radicalizzazione e il reclutamento (“EU Strategy on Radicalisation’adottata nel 2005, e rivista nel 2008 e 2014) nell’ambito delle politiche che rafforzano la resilienza delle comunità, gettando così le basi per un maggiore coinvolgimento della società civile nella lotta contro la radicalizzazione, il reclutamento e la propaganda.
Dal 2011 la Commissione Europea, Direzione Generale Affari Interni, ha lanciato la RAN, Radicalisation Awareness Network (qui http://www.ec.europa.eu/ran ), creando una rete di operatori che a vario titolo lavorano sul campo nei vari settori (dalla carceri all’ambito socio-sanitario, dalle scuole alle polizie di prossimità, a solo titolo di esempio), per raccogliere le migliori pratiche e trasformare i migliori approcci di contrasto alla radicalizzazione violenta in politiche strategiche per gli Stati Membri.

L’Europa ha di fatto così avviato quelli che si definiscono a livello internazionale (UN e OSCE) politiche e strategie di P/CVE: prevenzione e contrasto all’estremismo violento.
Il loro presupposto di partenza, ben esplicitato nel summit alla Casa Bianca del Febbraio 2015, è che “l'intelligence, la forza militare e l'applicazione della legge da sole non risolvono - e quando abusato possono invece esacerbare - il problema dell'estremismo violento".
I tre pilastri delle sue azioni sono:
- Disseminare sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
-  Contrastare le narrazioni estremiste, come la propaganda jihadista, con la promozione on-line di contro-narrazioni promosse dalla società civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione prima che un individuo si impegni in attività criminali.

Il concetto di radicalizzazione è nato dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, quando sono iniziate a comparire ricerche e analisi delle biografie dei terroristi da cui sono stati tratti dei modelli che ci descrivono la pluralità di concause e gli stadi successivi per cui un soggetto si radicalizza fino a giungere ad unirsi ad un gruppo terrorista:  quello che viene definito il processo di radicalizzazione violenta.
Da tali studi multidisciplinari di un fenomeno assai complesso e variegato, sono poi seguiti programmi in diversi paesi del mondo, finalizzati ad intervenire nella varie fasi di tale processo; sia in quelle precedenti a quello finale in cui i soggetti disumanizzano le vittime del proprio odio e la violenza diventa pratica tanto cieca quanto concreta (Prevenzione della Radicalizzazione violenta), sia in quelle successiva al reclutamento (Deradicalizzazione).

Non ho il tempo di soffermarmi nella descrizione né del processo di radicalizzazione, né nei dettagli dei programmi e della pratiche di prevenzione e de-radicalizzazione, comprese le contro-narrative, ma posso anticipare, rispetto alla relazione, al momento secretata, della Commissione nazionale sui fenomeni di radicalizzazione, presieduta dal Prof. Lorenzo Vidino, che sono stati accolte gli approcci, le strategie e le pratiche che la RAN presenta pubblicamente sul suo sito web https://ec.europa.eu/home-affairs/sites/homeaffairs/files/what-we-do/networks/radicalisation_awareness_network/ran-best-practices/docs/ran_collection-approaches_and_practices_en.pdf
Tale relazione sarà comunque presentata ad Aprile a Torino in occasione di un convegno in fase di organizzazione.

Tra quanto raccomandato al Governo italiano dalla relazione della “Commissione Vidino”, compare la creazione di Centri Regionali che supportino un servizio di ascolto per permettere alle famiglie di ricevere tutta l’assistenza necessaria nel caso temano che un figlio o un figlia si stia radicalizzando, accingendosi magari a partire per uno scenario bellico come quello dello Stato Islamico.
Un centro che può quindi sostenere l’attività della varie comunità locali, comprese quelle religiose, che se già svolgono un prima utilissima funzione di “sicurezza partecipata”, di monitoraggio e contenimento del fenomeno, debbono sia formarsi sempre meglio, che poter contare sul sostegno di personale specialistico e servizi di supporto.

Torino è all’avanguardia in Italia: fin dal 2012 sono partiti i primi progetti in materia.
Si tratta di progetti di natura educativa, atti a rafforzare il pensiero critico di giovani e studenti di fronte alla propaganda violenta e sviluppare contro-narrative create dai medesimi soggetti, frutto della loro riflessione. (Chi fosse interessato può chiedermi materiali di approfondimento)

Nel 2015, poi, la Commissione Consiliare Speciale di promozione della cultura della legalità, ha avviato un Tavolo di lavoro tra soggetti istituzionali, sociali e culturali interessate ad affrontare interventi utili a prevenire i fenomeni di radicalizzazione ed estremismo violento che rischiano di condurre al terrorismo i giovani del nostro territorio. Un Tavolo di lavoro che ci auguriamo riprenda il suo percorso con la nuova amministrazione cittadina per mettere a sistema le varie iniziative che si stanno succedendo, tra le quali sicuramente questa serie di utili incontri di dialogo.

Luca Guglielminetti

lunedì 6 febbraio 2017

Radicalizzazione violenta: il concetto di risentimento tra terroristi e vittime

[short paper to suggest as the concept of resentment could be more suitable and pivotal than grievance in describing the violent radicalisation pathway and the feeling of victims of terrorism]  



Nelle ricerche e negli ormai numerosi paper sulla radicalizzazione violenta, si trova tra i fattori psico-sociali di innesto di tale fenomeno il termini 'grievance': circa 15.600 occorrenze sono individuate da Google Scholar nella ricerca "violent radicalisation + grievance".
Il termine è traducibile in italiano come lamentala, torto (subito), reclamo; la definizione inglese parla di "a complaint or a strong feeling that you have been treated unfairly", cioè un reclamo o una forte sentimento per essere stati trattati ingiustamente.

Lo stesso termine si trova anche in relazione alle vittime del terrorismo come esito emotivo nei sopravvissuti e nei famigliari.
Tale coincidenza andrebbe sicuramente approfondita:  il fatto che chi si radicalizza e chi sopravvive agli esiti della radicalizzazione violenta condividano un fattore emotivo non è paradossale. Da un punto di vista psichiatrico e delle neuroscienze, andrebbero studiato le psicopatologiche connesse alla greviance, come il Disturbo da Stress Postatraumatico (DPTS) e i sintomi di primo rango o disturbi della coscienza dell'Io, che accomuano entrambi i soggetti in forme e modi ancora molto da indagare.

Quello che però vorrei sottolineare, sulla scorta di 15 anni di collaborazione con la maggiore associazione di vittime del terrorismo in Italia e di 5 anni di ricerche e pratiche sulla radicalizzazione violenta in seno al Radicalisation Awareness Network, è il fatto che c'è un termine che reputo sia più utile utilizzare, rispetto a greviance: resentment, ovvero "a bitter indignation at having been treated unfairly", l'amara indignazione per essere stati trattati ingiustamente.

Il risentimento, non solo in italiano, è un concetto che trovo assai più pertinente da utilizzare verso entrambi i soggetti, che ha il pregio di aver ricevuto l'attenzione di discipline diverse da molto tempo.

Pensiamo alla definizione che ne dà Edgard Morin in "Il vivo del soggetto" (1969):  
"Esiste il risentimento, che è memoria infetta".
In relazione ai sopravvissuti e ai famigliari delle vittime del terrorismo questa definizione risulta particolarmente calzante, soprattutto posta in relazione all'attività di "imprenditori della memoria", come sono state definite le associazioni delle vittime del terrorismo e delle stragi (A. Lisa Tota, La città ferita), che proprio attraverso il lavoro di memoria cercano di curare l'infezione di cui sono affette.

Pensiamo viceversa alla definizione fornita già da Nietzsche  come ce lo restituisce René Mario Micallef, (2001, in Il confronto tra Max Scheler e Friederich Nietzschene “Il Risentimento nella edificazione delle morali”):
"La ribellione degli schiavi (cattivi, plebei, volgari, deboli...), pieni di risentimento contro gli aristocratici (buoni, nobili, forti...) è iniziata quando il risentimento divenne creativo, producendo valori. Valori, però, che presuppongono un mondo estraneo e avversario contro il quale re-agire. Il mondo avversario si identifica nel nobile: questo diviene oggetto di odio e viene etichettato “malvagio”. Di conseguenza, diventa “buono” ciò che non è nobile - il volgare, le cose basse, la debolezza. Le persone nobili e il loro agire ha sempre un che di “bestiale”, “barbaro” che rivela la loro vitalità: essi dicono sì alla vita. I valori del risentimento, invece, propongono l’addomesticamento di questi tratti da animale di rapina: questo processo, chiamato civilizzazione, è propriamente un contagiare i forti con la malattia dei risentiti. Il risultato è la stanchezza vitale che oggigiorno si può constatare nell’uomo contemporaneo e nel suo agire: ecco il nichilismo!"
Nel caso del soggetto che si va radicalizzando nella violenza il “bestiale”, “barbaro” assume la valenza nichilista opposta di chi dice no alla vita, in grado di disumanizzare il nemico fino ad ucciderlo, anche suicidandosi.

Più in generale il termine risentimento è utilizzato per descrivere un'emozione sociale in determinati contesti storici; come, ad esempio, quello dei tedeschi della repubblica di Waimar per le ingiuste condizioni poste dal trattato di Versailles, e che ha aperto cognitivamente la loro menti al nazionalsocialismo, con il suo leader carismatico e le sue teorie del complotto.

Nel processo di radicalizzazione violenta il passaggio successivo dei singoli soggetti è proprio dal risentimento all'apertura cognitiva verso ideologie totalizzanti, terrene (come nazi-fascismo e marxismo-leninismo) o ultraterrene (come l'odierno jihadismo) che siano, con le loro conspiracy theories (dai complotti giudaici dei protocolli di Sion, a quelli delle SIM di memoria brigatista, a quelle attuali dei governi Occidentali e apostati) e i loro leader carismatici con i loro reclutatori.

Naturalmente è sempre utile ricordare che solo un infimo numero di persone che provano risentimento arriva all'ultimo livello di radicalizzazione, ma ribadiamo che quel concetto esprime in modo più appropriatamente politico il sentimento/emozione/stato-mentale che lo sottende: è il risentimento quello che polarizza pericolosamente le nostre società, che alimenta propagande e post-verità di odio che de-umanizzano i gruppi diversi da quello di appartenenza.

Insieme per prevenire e contrastare la radicalizzazione

Il 9 febbraio, l’ANPI e la Comunità Islamica di Torino continuano il percorso iniziato lo scorso novembre di confronti con le altre comunità religiose, studiosi e istituzioni, sull’inquietante e complesso fenomeno della “radicalizzazione” e diffusione dell’estremismo violento. 


mercoledì 1 febbraio 2017

#PrayForQuebec does not exit


"Pray for Quebec" non esiste. Due giorni dopo l'attacco alla moschea di Quebec City, con sei morti e diversi feriti, nonostante l'atto sia stato subito definito di terrorismo dal Primo ministro canadese Justin Trudeau e dagli altri paesi, non esise disegno o banner virale sul web e sui social che manifesti la solidarietà alle vittime.
Eppure a essere colpito è un paese occidente, non una lontana landa africana o asiatica, i cui attentati quotidiani non scuoto più alcuna coscienza occidentale da tempo.

La ragione risiede forse nel fatto che il presunto colpevole non sia un esponente dello Stato Islamico, ma un giovane canadese bianco e xenofobo radicalizzato non nell'ideologia jihadista ma nell'islamofobia?
Una novità che lascia sconcertati. Non siamo di fronte a musulmani che uccidono altri musulmani, sunniti contro sciiti, wahabiti contro apostati.
Dopo anni in cui l'ostilità verso i musulmani dei nostri paesi, accomunati in tanta pessima stampa con terrorismo e migrazioni, si è espressa in forme continuative ma contenute di violenza, siamo forse di fronte ad un passaggio che dalla lotta ufficiale al terrorismo degli Stati, evolve in un terrorismo-"contro"-terrorismo di matrice anti-islamica?

Più probabile che ci si trovi di fronte ad un caso simile al norvegese Behring Breivik della strage dell'isola di Utoya del 2011: soggetti solitari. Ma il clima non è certo isolato:  per usare le parole del grande umanista franco-bulgaro Tzvetan Todorov: “Oggi l’islamofobia e il jihadismo si rafforzano vicendevolmente”.

In ogni caso è stato difficile disegnare un cartello "Pray for Quebac". Probabilmente perché chi è stato ucciso stava proprio pregando. Non pregava però come "preghiamo" noi, laici o credenti, quando mettiamo un "mi piace" o condividiamo un messaggio di sentita vicinanza per delle vittime. Tutte e sei le vittime stavano pregando veramente e in una modalità islamica che o non conosciamo quasi, o ci risulta lontana ed estranea.
Ho l'impressione che lì risieda il cortocircuito che ha impedito agli stessi canadesi, e a chiunque altro in Occidente, di esprimere la frase solidale "Pray for Quebac".

Non proverò a pregare, ma ricordare i loro nomi e i loro volti è l'atto minimo per contrastare la de-umanizzazione che rischia di accompagnare queste vittime anche dopo il loro atroce massacro.


Qui le loro storie
il cannocchiale
Qui la versione su La Voce e il tempo