lunedì 26 dicembre 2016

Terrorismo internazionale: la continuità del ruolo italiano

L'uccisione a Milano di Anis Amri, non lontano da dove aveva sequestrato il camion col quale ha compiuto la strage al mercatino di Natale a Berlino, dimostra come il nostro paese sia utilizzato dal terrorismo islamista come supporto logistico. "Un’area di non operatività militare in cui c’è una base forte che garantisce le attività di sostegno e sussistenza delle azioni terroristiche", come lo definisce Ugo Maria Tassinari in una recente intervista.
Un ruolo, quello dell'Italia, che non può non rammentare quello analogo nel “lungo decennio” di terrorismo di matrice arabo-palestinese: il periodo tra i due attentati a Fiumicino del 17 dicembre 1973 e quello del 27 dicembre 1985. Un decennio raccontato in un recente documentario, significativamente intitolato "Il terrorismo dimenticato" e visionabile integralmente sul sito di RAI Storia qui.
Analogie da approfondire. A solo titolo di esempio: nella storia di Anis Amri la sua radicalizzazione avviene, almeno in parte a giudicare dalle cronche, nelle carceri italiane; così come non furono pochi a politicizzarsi e ad essere reclutati  in carcere nelle fila del terrorismo rosso durante gli Anni di piombo (Casare Battisti per citare solo il caso più famoso). Nel caso presentato nel suddetto documentario la testimonianza ci racconta la radicalizzazione in giovanissima età avvenuta nel campi profughi palestinesi; oggi i campi di addestramento dei bambini soldato dell'ISIS sono tristemente famosi.
Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis (Cicerone, De Oratore, II, 9, 36). Di fronte alle sfide attuali, che affrontino il terrorismo o le forme a monte di reclutamento e radicalizzazione violenta, tra le molte competenze necessarie ad un approccio olistico, il ruolo della storia rischia di essere sottovalutato. Si fatica spesso a separare le cifre di novità degli scenari della geopolitica e la lunga durata di certi fenomeni storici.


sabato 24 dicembre 2016

Polarizzazioni di Natale

Associare terrorismo e immigrazione, come nell'ultimo post di Beppe Grillo, o rilanciare politiche di lotta al terrorismo (alla Bush) che calpestino lo Stato di Diritto, come propone Giuliano Ferrara sul Foglio di oggi, per fare solo due esempi, è il modo migliore per alimentare il fuoco di polarizzazioni, estemismi e radicalizzazioni violente. Tutto molto natalizio...

martedì 20 dicembre 2016

Formare la polizia municipale al contrasto della radicalizzazione


Presentato, questa mattina, con l'on. Stefano Dambruso, Questore alla Camera dei Deputati e consulente dell'Assessore alla sicurezza del Comune di Milano, il nuovo corso di formazione sulla prevenzione dell'estremismo e della radicalizzazione violenta al Centro di formazione della Polizia locale dell’Area Metropolitana di Milano.

mercoledì 16 novembre 2016

The educational approach to better understand the complex political world


CONTRA "aims to combat the root causes of extremism and radicalization. Founded in Montreal, QC in 2016, CONTRA works through both the media and the classroom in order to teach youths and communities to better understand the complex political world that surrounds them. By providing hands-on training on issues such as xenophobia, Islamophobia, and mediatization, CONTRA hopes to encourage students to think critically about current events, thus promoting an inclusive and welcoming environment to all people."

That's the same educational approach we use in our project "Islam: roots, foundations and violent radicalisations" (see the Italian report here) which aims to share awareness and to strengthen critical thinking on islamophobia, immigration and terrorism for the extra educational offer to secondary schools of the Turin area in Italy.

giovedì 10 novembre 2016

High-Level Conference on Radicalisation: joining efforts to enhance prevention work

High-Level Conference on Radicalisation: joining efforts to enhance prevention work
 
Bruxelles, 09 November 2016

"On 9 November, the European Commission and the Radicalisation Awareness Network (RAN) Centre of Excellence are organising the 3rd RAN High-Level Conference on Radicalisation in Brussels. The event will be hosted by Commissioner for Migration, Home Affairs and Citizenship, Dimitris Avramopoulos, and Commissioner for the Security Union, Sir Julian King, and will bring together Ministers, policy makers and practitioners to discuss how to effectively prevent radicalisation leading to violent extremism and terrorism..."

Some embarrassment in front of the list of "Prevent Strategies in EU Member States": Italy, with Ireland, Greece a few others countries, is without any strategies...





sabato 5 novembre 2016

L'esperienza inglese di fuoriuscita dai gruppi fondamentalisti islamici


“Tavola rotonda: adesione e distacco dai fondamentalismi violenti”, presso la Casa della Memoria di Milano, con Stefano Dambruoso, Cristina Caparesi, Marta Serafini e la testimonianza di Omar Mulbocus, consulente presso la West London Initiative. Molbocus è un ex fondamentalista appartenente ad un gruppo radicale islamista londinese, uscitone, oggi è fra i più attivi mentori nell'ambito del programma "Channel" che in UK da anni ottiene risultati importanti nel recupero dei detenuti.

domenica 9 ottobre 2016

Salazar, Parole armate. Quello che l'Isis ci dice e che noi non capiamo

Il punto sulla nostra balbuzia di fronte all'Isis risiede nella perduta capacità di "proclamazione" dell'Occidente (cha l'ha inventata e posta a fondamento della politica). Ma è veramente possibile od auspicabile recuperla?

 (dal Domenicale del Sole24Ore di oggi)

mercoledì 5 ottobre 2016

Prevenzione e contrasto dell’estremismo violento: l'Italia al bivio

Le misure di contrasto e prevenzione della radicalizzazione violenta sono assai delicate perché facilmente possono diventare anziché utili piuttosto controproducenti e dannose.

L'Italia faticosamente e tardivamente si sta avviando a sviluppare queste misure con due strumenti, una proposta di legge, quella Dambruoso-Manciulli in discussione al Parlamento e una Commissione di esperti istituita ad agosto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Gli studi sul processo di radicalizzazione violenta, che partendo dalle biografie dei terroristi hanno cercato di individuare dei modelli predittivi per intervenire prima che un individuo commetta atti violenti, hanno condotto a due approcci diversi e talvolta opposto opposti.

Da una parte sono stati utilizzati per sviluppare degli strumenti per monitorare e valutare il livello di radicalizzazione violenta, in ambito esclusivamente jihadista, degli individui soprattutto in ambito carcerario; e sono attuate nel contesto di una attività di intelligence, e quindi di prevenzione tradizionale delle forze di polizia, per intervenire, a livello nazionale di sicurezza, con misure cautelari appena un individuo commetta un reato prodromico al terrorismo.

Dall'altra, sono stati utilizzati per implementare programmi, detti di contrasto o prevenzione dell'estremismo violento (CVE - PVE), atti ad aumentare la resilienza delle comunità rispetto ai fattori che agevolano il processo di radicalizzazione violenta di qualunque matrice ideologico/religiosa e sono attuati a livello locale in collaborazione tra servizi sociali,  organizzazioni delle società civile ed istituzioni, per intervenire con una ampia gamma di misure "rieducative" prima che un individuo commetta atti violenti.

L'Italia, in particolare il Ministero della Giustizia, la sua amministrazione penitenziaria in coordinamento con il C.A.S.A., cioè la polizia di prevenzione e l'intelligence, stanno lavorando da qualche tempo sul primo approccio.
Il limite è rappresentato dal fatto che gli strumenti per monitorare e valutare la radicalizzazione violenta sono ormai ampiamente messi in discussione; in particolare il loro valore scientifico e predittivo. La scelta di rivolgersi poi alla sola radicalizzazione jihadista è quanto di più pernicioso si possa fare.
Inoltre, nei paesi in cui i numeri delle persone da monitorare sono molto alti, come in Francia, il monitoraggio risulta di fatto impraticabile e inutile, come i fatti recenti di terrorismo hanno palesemente evidenziato.

L'occasione di una proposta di legge e di una commissione governativa, sono quindi cruciali oggi affinché l'Italia non segua modelli inefficienti quando non controproducenti, come quelli francesi, ma piuttosto si relazioni con le migliori pratiche e politiche attuate in Europa e promosse ormai da tutti gli organismi internazionali, che privilegiano il secondo approccio.

Segnalo tre realtà, tutte già presentati su questo blog: quelle della rete europea RAN, quelle delle Nazioni Unite e quella del recente paper frutto di un progetto transatlantico UE-US.

 (CONTINUA: Cosa ci dicono questi documenti e collezioni di approcci e buone pratiche?)

mercoledì 21 settembre 2016

Malintesi linguistici intorno alla radicalizzazione violenta e all’Islam radicale.




Ricordo ancora il Presidente del Consiglio Monti, al rientro da Bruxelles, dichiarare che “dobbiamo combattere la radicalizzazione”. L’espressione sul viso non dissimulava il fatto che non avesse molto chiaro quel concetto probabilmente appena sentito in un incontro con la Commissione Europea.
Cosa si erano inventati gli 'eurocrati' questa volta?
Non avendo potere in materia di sicurezza, la Commissione, attraverso il  “Programma di Stoccolma” per il periodo 2010-2014 e la “EU Strategy on Radicalisation’” (adottata nel 2005, e rivista nel 2008 e 2014), ha provato a valorizzare a livello Europeo quelle politiche e programmi di prevenzione del terrorismo, attivati in alcuni paesi nordici (Regno Unito, Olanda, Germania, Svezia e Danimarca), che cercano di incidere sulle radici del fenomeno. Su quello che la recente letteratura scientifica post 11/9/2001 ha descritto come processo di radicalizzazione violenta che investe i giovani che si fanno reclutare o che si auto-reclutano in gruppi estremisti che praticano la violenza.

Da notare subito che  tale approccio non si è mai rivolto al solo terrorismo di matrice islamista, anzi le prime e più interessanti esperienza  europee erano rivolte ai gruppi giovanili neonazisti, come avvenuto in Svezia a Germania. Gli studi hanno riguardato anche fenomeni come quelli del nostro passato per le Brigate Rosse. La radicalizzazione violenta è  un processo psico-sociale che viene osservato o sul quale si interviene  al di là dell’ideologia violenta con cui si sposa (la “giusta causa” per cui uccidere e/o farsi uccidere) e gli interventi educativi, sociali e psicologici che si attuano per prevenirla sono frutto di attività locale, di resiliente  e multidisciplinare collaborazione tra amministrazioni e società civile.
Avendo però negli ultimi anni dominato la scena del terrorismo, l’IS, o ISIS o Daesh, e avendo la politica e i media, per pigrizia o imperizia, abbandonato od omesso l’aggettivazione “violenta”, la radicalizzazione si è trovata ben presto linguisticamente stravolta nel mare magnum dell’informazione. Con i termini tipo "radicalizzazione jihadista" se non ancor più semplificati di "Islam radicale".
Non stupisce, allora, la requisitoria dell’elzeviro di Roberto Casati comparso sulla terza pagina dell'ultimo numero del supplemento domenicale del Sole24Ore, intitolato “Islam non radicale ma distorto”.

Lì si arriva al paradosso di imputare al termine “Islam radicale” l’origine dell’attività de-radicalizzazione. Nella frase “esistono delle scale di “radicalità” che le forze di polizia usano per misurare la pericolosità dei sospetti e dei sorvegliati speciali”, a proposito delle politiche del governo francese, c’è il culmine del paradosso linguistico nel contesto più inappropriato, quello francese,  per discettare sul termine 'radicale/radicalizzazione'.
La Francia è infatti nota per essere partita tardivamente ad affrontare la radicalizzazione violenta, cioè solo dopo i fatti di Charlie Hebdo; inoltre l’approccio centralistico dello Stato sta inficiando gravemente l’efficacia dei suoi programmi; e l’uso di “radicalizzazione jihadista” nella comunicazione de la Republique alimenta malintesi linguistici fino a rischiare di assumere un carattere discriminatorio e controproducente. (Si veda anche questo precedente post.)

Il senso delle ricerche e delle politiche di prevenzione della radicalizzazione violenta e di de-radicalizzazione si comprendono solo spostando lo sguardo verso i paesi (nordici) che hanno una  cultura della prevenzione del crimine che agisce sui territori nei quali già esistano, o di possano sviluppare, coesione sociale, resilienza, fiducia tra istituzioni (anche della sicurezza) e cittadini tutti.
Compreso questo, anche in Italia, il linguaggio potrebbe diventare allora meno equivoco e controproducente, come giustamente auspica Roberto Casati nell’articolo del Sole24Ore sopra citato.

martedì 13 settembre 2016

CVE: dove sono i fondi?

Dove sono fondi per finanziare le attività di prevenzione e contrasto all'estremismo violento?
Questa la domanda reiterata da politici ed amministratori di fronte alla proposta di avviare interventi di prevenzione della radccalizzazione violenta e di de-radicalizzazione.
Ecco quindi un semplice elenco riassuntivo, per risposndere:




FONDI EUROPEI

1)  Programma "Internal Security Fund - Police". Fondi EU (DG Home) devoluti all'Italia:

Dal sito della Commissione http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/financing/fundings/mapping-funds/countries/italy/index_en.htm

  • Responsible authority

    Ministero dell'interno - Dipartimento della Pubblica Sicurezza

  • Budget

    The basic allocation for Italy under this fund is €56.631.761,00.

2) la RAN (Radicalisation Awareness Network) è dotata di 25 milioni di Euro per 4 anni con i quali la DG Home finanzia il funzionamento della rete e i servizi agli Stati Membri, come l'Italia, assicurando formazione e creazione di gruppi di lavoro nazionali su richiesta dei Ministeri degli Interni o della Giustizia.

3) Bandi (Call for proposal) gestiti direttamente dalle DG della Commissione Europea e i loro relativi programmi (REC, ERASMUS+, HORIZON2020...): ce non sono di prossima pubblicazione ma richiedono sempre azioni transnazionali con partnership che coinvolgano almeno 3/5 paesi europei.


FONDI ITALIANI

Anche se non ci sono fondi specifici sulla radicalizzazione, al momento, ciò non toglie che si possano utilizzare bandi ministeriali, regionali e locali per finanziare attività sul tema.

Ad esempio a Torino per il progetto nelle scuole ISLAM: RADICI, FONDAMENTI E RADICALIZZAZIONI VIOLENTE abbiamo utilizzato fondi del Consiglio regionale del Piemonte ai quali, questo anno, si aggiungeranno quelli privati di una fondazione bancaria.
Per il nostro progetto di formazione dei docenti delle scuole secondarie, dopo l'accredito presso gli Uffici scolastici regionali su direttiva MIUR, i corsi se li finanziano direttamente i docenti con il bonus di 500 Euro che hanno ricevuto dal governo.

Per l'attività di deradicalizzazione dei detenuti in carcere, ad esempio, si può probabilemnte procedere attraverso la Cassa delle Ammende gestita dal Ministero della Giustizia.

Insomma, sia a livello nazionale che locale ci sono opportunità e bandi sufficientemente generici da permettere di presentare progetti sulla radicalizzazione declinata nei vari ambiti: integrazione, cittadinanza, educazione, coesione sociale, resilienza, deradicalizzazione...

domenica 4 settembre 2016

L'Europa islamizzata dell'esoterico Buttafuoco



Che il più simpatico intellettuale della destra italiana si sia convertito all'Islam non deve stupire. Chi ha fatto il percorso opposto, come Magdi Cristiano Allam, si è trovato completamente spiazzato dall'ascesa dell'attuale Papa che è percepito come troppo dialogante con l'Islam anche da molti non credenti di sinistra.
La scelta di Pietrangelo Buttafuoco, ora col nome 'saracino' di Giafar al Siqilli, si inserisce invece in una filone alto della cultura di destra europea: quello esoterico di René Guénon che difende la Tradizione con la t maiuscola. Un sincretismo che prende il ‘meglio’ di tradizione pagana, giudaico-cristiana e islamica contro il nichilismo e l'illuminismo della modernità.
Il risultato è un dotto appello alla destra, solo apparentemente paradossale, in favore dell'islamizzazione dell'Europa, perché solo l'Islam ci può restituire "Dio, Patria e Famiglia".

Detto ciò, la lettura del pamphlet è interessante ed utile per comprendere la "firna" (che Buttafuoco piega al termine estremo di ‘faida’) che sta colpendo il mondo mussulmano e che viene giustamente ricordato essere la prima vittima del terrorismo jihadista.

Qui il capitolo sulla sua conversione pubblicato su Il Foglio

venerdì 2 settembre 2016

Prevenzione senza logica made in UK



Il  Counter-Terrorism and Security Act 2015 del Regno Unito stabilisce che specifiche autorità debbano tenere debitamente conto della necessità di prevenire le persone  dall'essere coinvolte nel terrorismo.
Questo atto è diventato noto come il ‘Prevent duty'.

Il Governo ha poi emesso due serie di linee guida per supportare tale dovere. Una si applica a tutte le autorità specificate. L'altra si rivolge in particolare all'interno degli organismi di istruzione superiore.

Nel "Prevenire Duty Guidance per istituti di istruzione superiore in Inghilterra e Galles" nel capito sulla valutazione dei rischi, al punto 19 si legge:

"RHEBs (“Relevant Higher Education Bodies”) will be expected to carry out a risk
assessment for their institution which assesses where and how their students might be at risk of being drawn into terrorism. This includes not just violent extremism but also non-violent extremism, which can create an atmosphere conducive to terrorism and can popularise views which terrorists exploit. Help and support will be available to do this." (*)

Includere non solo l'estremismo violento ma anche l'estremismo non-violento, stupisce assai nel paese che ha fatto studiare da avvocato presso la University College di Londra il Mahatma Gandhi alla fine del XIX secolo.

Nella patria della filosofia analitica come si può affermare che anche un estremismo non-violento può creare un'atmosfera favorevole al terrorismo?

Nel 2013 ad Amsterdam, in occasione di una conferenza europea del progetto "TERRA" (Terrorism and Radicalisation), ricordo sempre un professore inglese che rammentò di usare sempre l'aggettivazione 'violento' al termine 'radicalizzazione', anche perché, chiosò: "Abbiamo bisogno di più studenti con idee radicali!".  Chissà cosa sarà di loro negli anni a venire....

(*) https://www.gov.uk/government/uploads/system/uploads/attachment_data/file/97994/contest-summary.pdf

-----------APPENDICE:
Interessante la presa di posizione dell'Università di Oxford nel settembre 2016:
Oxford University vice-chancellor says Prevent strategy 'wrong-headed'

mercoledì 27 luglio 2016

Prevenzione della radicalizzazione jihadista a Milano

Sul Corsera di oggi Stefano Dambruoso prova a lanciare Milano un primo approccio alla prevenzione della radicalizzazione violenta sul modello europeo dal Radicalisation Awareness Network - RAN (RAN) con la nuova amministrazione di Sala, sulla scia di quanto avviato ad inizio d’anno alla Casa della Memoria di Milano (vedi qui e qui e il video integrale).


giovedì 9 giugno 2016

Giovani ed emergenza migranti: un confronto incongruo ma significativo

Pubblicati sul Corriere della Sera i dati della ricerca sul tema del rapporto tra immigrazione e giovani:  ben il 70% dei 18-32enni ritiene che gli immigrati siano troppi, dimostrando al contempo una sostanziale ignoranza della questione: basti pensare che oltre il 22% sottostima la cifra complessiva (4,9 milioni), il 16%, la sovrastima e il 15,5 non sa. Eppure, di fronte a un 60% che ritiene l’Italia più insicura per la presenza dei migranti, il 64% si dichiara in qualche modo accogliente.

Seppur non scientificamente corretto, confrontando i suddetti dati con il responso al questionario sottoposto anonimamente a oltre 300 studenti dell'area torinese, dopo un intervento formativo e dialogico (si veda qui il progetto didattico), si può notare come una corretta informazione sui fenomeni migratori, ma anche su Islam e terrorismo, produca un risultato diverso nelle opinioni dei giovani studenti raggiunti (fascia di età 16-18 anni).

Sotto sono ripotati i risultati. La seconda domanda è quella relativa alla parcezione dei migranti come rischio od opportunità per l'Italia e l'Europa. Oltre a non rispondere solo il 2,4% (contro un 6% di "non so"), la percezione di pericolo (analoga alla risposta "dovremmo rimpatriare tutti") si attesta al 16,4%, rispetto al 30%. Così chi reputa siano una opportunità positiva, analoga alla risposta "dovremmo accogliere tutti", si attesta al 32,6, contro il 24%.


domenica 5 giugno 2016

Migranti, «guardare certi morti è umiliante»




Di fronte alle stragi di migrante nel mediterraneo, il messaggio di una delle classi torinesi con cui abbiamo lavorato dell'ultimo anno scolastico.
Vogliamo un'Europa unita from Luca Guglielminetti on Vimeo.

martedì 31 maggio 2016

Scuola e resistenza alle narrazione dell'ISIS e dell'islamofobia


Messaggi degli studenti dalle classi partecipanti nell' a.s. 2015/2016 al corso: "ISLAM: RADICI, FONDAMENTI E RADICALIZZAZIONI VIOLENTE. Le parole e le immagini per dirlo"
Promosso da: Commissione Legalità della Città di Torino con le Associazioni: CO.RE.IS. Comunità Religiosa Islamica, ASAI Associazione di Animazione Interculturale, ANPE Associazione Nazionale Pedagogisti, LBA Leon Battista Alberti, in collaborazione con il CE.SE.DI. e il sostegno del Consiglio regionale del Piemonte.


Ulteriori informazioni: kore.it/Associazioni/islam.html

lunedì 30 maggio 2016

ISLAM: RADICI, FONDAMENTI E RADICALIZZAZIONI VIOLENTE. Manifestazione finale



Messaggio di saluto del Vicemistro agli Affari Esteri, Mario Giro, nella manifestazione finale del progetto didattico
"ISLAM: RADICI, FONDAMENTI E RADICALIZZAZIONI VIOLENTE. Le parole e le immagini per dirlo"
Promosso da: Commissione Legalità della Città di Torino con le Associazioni: CO.RE.IS. Comunità Religiosa Islamica, ASAI Associazione di Animazione Interculturale, ANPE Associazione Nazionale Pedagogisti, LBA Leon Battista Alberti, in collaborazione con il CE.SE.DI. e il sostegno del Consiglio regionale del Piemonte.

30 maggio 2015, Palazzo Lascaris Torino "Scuola e resistenza alle narrazioni dello Stato Islamico e dell'islamofobia"

venerdì 20 maggio 2016

Un comune impegno contro la radicalizzazione



Articolo stampa su La Voce del Popolo-Il nostro tempo del 20 maggio 2016 di presentazione della manifestazione "Scuola e resistenza alle narrazioni dello Stato Islamico e dell'islamofobia" che conclude il percorso didattico in 15 classi di scuole superiori nelle scuole della città metropolitana di Torino.



Resistere alle narrazioni dello Stato Islamico e dell’islamofobia

Da una parte l’uomo “nuovo”, purificatore del mondo, in rivoluzione permanente contro nemici disumanizzati da uccidere senza remora alcuna per ricostruire il Califfato. Dall’altra un’Europa ripiegata su se stessa presa tra l’incerta uscita da una lunga crisi economica e un continuo flusso di migranti e rifugiati che spinge alle sue porte.
In mezzo ci siamo noi, ma soprattutto i giovani europei, compresi i figlie e le figlie di migranti integrati di origine mussulmana, che si trovano in un flusso di narrazioni che oscilla tra la propaganda jihadista dello Stato Islamico e le espressioni pubbliche di paura dell’islamizzazione del nostro continente.
Per usare le parole del grande umanista franco-bulgaro Tzvetan Todorov: “Oggi l’islamofobia e il jihadismo si rafforzano vicendevolmente” . Di fronte a tale manicheismo è urgente resistere soprattutto negli spazi pubblici dove si formano i cittadini europei di domani, dove studiano i giovani che, come ci raccontano le cronache anche italiane, possiamo poi ritrovarci arruolati nelle file terroristiche nel ruolo di foreign fighter.
Come resistere? Con quali discorsi, valori e narrazioni?
Tzvetan Todorov, trova utile descrivere i profili di alcune figure dell’ultimo secolo: Resistenti, storie di donne e uomini che hanno lottato per la giustizia, come recita il titolo del suo ultimo saggio. Persone che hanno rifiutato di sottomettersi tanto all’aggressore che alla vendetta, come Etty Hillesum e Germaine Tillon contro il nazismo, Boris Pasternak e Alessandr Solženicyn contro lo stalinismo, Nelson Mandela e Malcom X contro la segregazione razziale, fino al pacifista israeliano David Shulman e Edward Snowden, l’informatico che ha svelato l’intrusione spionistica degli USA.
Un altro autore, Mario Giro, della Comunità di Sant’Egidio e oggi viceministro agli Esteri, ha trovato invece importante raccontare Noi terroristi, storie vere dal nord Africa a Charlie Hebdo. Le vicende dei ragazzi perduti, giovani di origine mussulmana nati e cresciuti in Europa, che a un certo punto si radicalizzano fino a diventare terroristi, come i fratelli Kouachi, Amedy Coulibaly, Kaled Kelkal insieme a quella di chi, come HM, a suo modo resistente, che giunto a Casablanca rinuncia a premere il grilletto di fronte agli occhi di alcuni bambini ebrei che lo osservano mentre si accinge ad aprire il fuoco su di loro.
Di fronte ai conflitti, al terrore, alla paura, ai discorsi ideologici, semplicistici e stereotipati, possiamo solo usare l’arma ragionevole della conoscenza, come quella fornita dai suddetti libri od altri recentemente presentati al Salone Internazionale del Libro di Torino, come quello del marito di una vittime dell’attentato al Bataclan, Antoine Leiris, che ha scritto Non avrete il mio odio.
Ma come raggiungere i giovani delle nostre scuole privi di conoscenze sulla cultura islamica, sui fenomeni globali di migrazione e quelli di radicalizzazione violenta, nonché dei complessi scenari dell’attuale politica internazionale?
Sul modello delle iniziative attuate in altri paesi e promosse, come buone pratiche, dalla Comunità Europea, con la sua rete sulla radicalizzazione (RAN), è stato avviato nel corso dell’ultimo anno scolastico un progetto di offerta formativa ad integrazione della didattica curricolare per le scuole secondarie della città metropolitana di Torino, intitolato “Islam: radici, fondamenti e radicalizzazione violente. Le parole e le immagini per dirlo.”
Promosso dall’associazione Leon Battista Alberti con la Commissione Legalità della Città di Torino, il CO.RE.IS. Comunità Religiosa Islamica, l’ASAI Associazione di Animazione Interculturale, l’ANPE Associazione Nazionale Pedagogisti, con la collaborazione del CE.SE.DI. e il supporto del Consiglio regionale del Piemonte, l’intervento ha inteso proprio chiarire ad alcune centinaia di studenti di una quindicina di classi, i fenomeni di radicalizzazione politica e ideologica quand’essi assumono la potenza devastante del terrorismo, e quelli speculari di xenofobia, razzismo e islamofobia verso i migranti e i rifugiati. Un confronto aperto con i giovani e i loro docenti partendo da coppie di parole chiave, ricorrenti nella carta stampata e sui mezzi di comunicazione più diffusi, intorno alle quali abbiamo sviluppato un ragionamento critico, storico e interculturale con l’ausilio di immagini e filmati.
I risultati di tale percorso didattico, compresa la restituzione degli studenti sotto forma di “contro narrative” frutto delle loro riflessioni, saranno presentati lunedì 30 maggio alle ore 14,30 nella sala del Consiglio regionale del Piemonte a palazzo Lascaris. Ai lavori, moderati dal presidente dell'Ordine dei giornalisti Alberto Sinigaglia, interverranno con le scuole il presidente del Consiglio regionale Mauro Laus, il Viceministro agli Esteri Mario Giro, il presidente della Comunità ebraica di Torino Dario Disegni, la consigliera delegata all’Istruzione della Città Metropolitana Domenica Genisio, lo storico Claudio Vercelli e Jalila Ferrero della Comunità Religiosa Islamica.
Luca Guglielminetti

lunedì 9 maggio 2016

Fortezza Europa



Fortezza Europa from Luca Guglielminetti on Vimeo.

Dalla "Primavera araba" a Lampedusa
Realizzato da:
- Adriana Chiabrera (video editing)
- Luca Guglielminetti (sceneggiatura e materiale)
per Kore Multimedia (kore.it/).
Musica:
Asian Dub Foundation - Fortress Europe

lunedì 18 aprile 2016

Radicalizzazione jihadista: quello che manca in Italia

Nella Relazione sulla politica dell'informazione per la sicurezza del 2015 predisposta della nostra intelligence, leggiamo "Anche in Italia, il fenomeno dei foreign fighters, inizialmente con numeri più contenuti rispetto alla media europea, è risultato in costante crescita, evidenziando, quale aspetto di particolare criticità, l’auto-reclutamento di elementi giovanissimi, al termine di processi di radicalizzazione spesso consumati in tempi molto rapidi e ad insaputa della stessa cerchia familiare."
Chiediamoci se è veramente così. I processi di radicalizzazione individuali sono invisibili alla famiglia?
Già nella medesima Relazione del 2008 si era evidenziato il fatto che nelle carceri "è stata rilevata un'insidiosa opera di indottrinamento e reclutamento svolta da 'veterani', condannati per appartenenza a reti terroristiche, nei confronti di connazionali detenuti per spaccio di droga o reati minori." Recentemente, poi, Gennaro Migliore, sottosegretario alla giustizia con delega per detenuti e trattamento, ha sottolineato: “In Italia abbiamo un problema di recidiva e un problema incipiente di radicalizzazione all’interno delle carceri: sapete tutti che Salah Abdeslam, il terrorista che è stato arrestato, responsabile della strage al Bataclan, era stato reclutato in carcere e che oggi il reclutamento e la radicalizzazione in carcere sono fenomeni da tenere sotto stretto controllo.
Allora può seguire una seconda domanda: i processi di radicalizzazione individuali sono invisibili nelle carceri?
La risposta è che il processo di radicalizzazione violenta non è invisibile ai soggetti che ruotano intorni alle figure coinvolte: la famiglia, ma anche docenti, personale penitenziario, polizia di prossimità, se adeguatamente preparati potrebbero valutare i rischi e prevenirlo ad uno stadio anteriore di quando il soggetto si trova a pianificare e cercare di attuare attentati. Ma essere in grado di valutare i rischi, e gestirli (Risk Management), richiede che il problema della radicalizzazione esca dall’alveo securitario e di intelligence in cui giace ancora oggi nel nostro paese.
Da anni, in molti paese, politiche e programmi nazionili di prevenzione della radicalizzazione dell’estremismo violenti sono stati attivati. I principali fattori di rischio per l'estremismo violento sono stati organizzati in un protocollo di valutazione strutturata del rischio (Violent Extremism Risk Assessment; VERA), cui seguono programmi di de-radicalizzazione.
Utilizzando quel protocollo, il governo francese, per esempio, l'anno scorso dopo i fatti di Charlie Hebdo a Parigi, ha lanciato una campagna di comunicazione e un numero verde di assistenza per le famiglie che temevano per la radicalizzazione "jihadista" dei loro figli.

Anche l’Italia ha provato a seguire le orme dei cugini francesi, ma si è dovuta fermare di fronte al problema di aprirsi al mondo esterno agli apparati di sicurezza.
Chi dovrebbe infatti rispondere ad un numero verde di assistenza alle famiglie?
Nessuna madre, per quanto preoccupata di un figlio che cambia repentino abitudini e temendone la partenza verso scenari di guerra, giungerebbe a denunciarlo agli organi di polizia. Solo del personale professionalmente preparato ed indipendente potrebbe aiutare le famiglie in modo efficace, sapendo come intervenire e potendo godere della fiducia necessaria.
Il medesimo problema si pone nelle carceri. Chi e come interviene una volta che siano monitorati i rischi di radicalizzazione violenta dei carcerati?
La collaborazione tra amministrazioni pubbliche e società civile è infatti il fondamento per intervenire nel processo di radicalizzazione prima che crei dei terroristi. Ma finché non si apre un vero dibattito interno al paese sulle sfide poste dalla potenziale radicalizzazione dei nostro giovani resteremo ad una visione carente dei fenomeni che abbiamo di fronte, altamente rischiosa in quanto sta producendo politiche incerte se non controproducenti che potrebbero, a loro volta, contribuire ad un peggioramento dei rischi complessivi.

mercoledì 13 aprile 2016

SEMINARIO “MIGRAZIONI OGGI: SOGGETTI E SCENARI”

Nell'ambito della mostra Binario 18#stayhumanart

 SEMINARIO “MIGRAZIONI OGGI: SOGGETTI E SCENARI”
 Ingresso gratuito - aperto al pubblico tramite iscrizione casella mail legalarte@virgilio.it fino a esaurimento posti
Riconosciuto come aggiornamento professionale per Polizia di Stato e Ordine giornalisti

14 APRILE 2016 ORE 9/13

Palazzo Falletti di Barolo
Via delle Orfane 7, 10122 Torino

PROGRAMMA
Saluti istituzionali: Fosca NOMIS – Presidente commissione Legalità Città di Torino

SOGGETTI E SCENARI

Germana TAPPERO MERLO, Analista di Politica e Sicurezza internazionale
Guerre e iniquità: le cause dei flussi migratori

Michele SOLE, Dirigente Ufficio Immigrazione Torino
Panoramica sui flussi migratori: dati e normativa di riferimento

Farhad BITANI, ex capitano dell’esercito afgano autore del libro
“L’ultimo lenzuolo bianco”: storia di una rivoluzione personale

RISCHI E PREVENZIONE

Germana TAPPERO MERLO: Analista di Politica e Sicurezza internazionale
ISIS e Jihadismo

Luca GUGLIELMINETTI, Rete della Commissione Europea sulla Radicalizzazione:
La prevenzione della radicalizzazione violenta

 
 

lunedì 11 aprile 2016

È il bisogno di “appartenere” a spingere i giovani verso la jihad


Non il disagio sociale: molti terroristi erano ben integrati

da La Spampa del 11/04/2016

di Lorenzo Vidino


washington

Dopo gli attentati di Bruxelles, esattamente come quelli di Parigi, l’attenzione pubblica si è focalizzata sui quartieri a forte presenza musulmana delle città del Centro-Nord Europa, dalle banlieue parigine alla più centrale, ma altrettanto problematica Molenbeek. È stato detto che mancanza di integrazione, disoccupazione, criminalità e marginalizzazione sono le cause della radicalizzazione degli attentatori e di ampie sacche delle locali popolazioni musulmane. In realtà, per quanto questi fattori sociologici non vadano ignorati, un’analisi approfondita del background dei jihadisti europei e svariati studi sulla radicalizzazione effettuati negli ultimi anni portano a conclusioni diverse.

Il vice-primo ministro del Belgio Jan Jambon lo ha accennato in una recente intervista, affermando che solo un sesto dei jihadisti belgi proviene da famiglie che si trovano sotto la soglia di povertà. Non sorprende pertanto che il regista degli attentati di Parigi, Abdelhamid Abaaoud, avesse frequentato un prestigioso liceo privato di Bruxelles e avesse un padre che possedeva una piccola catena di negozi di abbigliamento. E se alcuni dei membri del network di Molenbeek avevano precedenti penali (cosa di per sé non sintomatica di mancata integrazione), altri avevano frequentato l’università e avevano buone carriere.

La situazione è simile in Francia. Dounia Bouzar, direttrice del Centro per la Prevenzione del Settarismo Islamico, ha recentemente pubblicato i risultati di un suo studio su 160 famiglie francesi che l’avevano contattata chiedendole aiuto per combattere la radicalizzazione dei loro figli. Il dato più eclatante: due terzi delle famiglie facevano parte della classe media. Inoltre, secondo un altro studio, il 23% dei jihadisti francesi in Siria sono convertiti, molti dei quali provenienti da buone famiglie del ceto medio e, in alcuni casi, dalle élites francesi. Un recente studio condotto dall’università Queen Mary di Londra su un amplio campione di giovani musulmani britannici ha dimostrato che i soggetti più a rischio di radicalizzazione sono giovani dai diciotto ai vent’anni ben istruiti e provenienti da famiglie benestanti che parlano inglese a casa: paradossalmente, quindi, più sono integrati più sono propensi alla radicalizzazione.

È quindi palese che fattori socio-economici, per quanto a volte rilevanti, non siano la chiave di volta per capire i processi di radicalizzazione. D’altronde, se fossero solo la povertà e la mancanza di integrazione a causare radicalismo, come mai solo una piccola, statisticamente insignificante parte della popolazione musulmana europea che vive in una situazione di disagio si radicalizza? Non ogni giovane musulmano di Molenbeek si è unito all’Isis. E come si spiega anche che molti casi di radicalizzazione esistono anche in paesi considerati (giustamente) modelli di integrazione quali Canada e Stati Uniti? Come si spiega, per esempio, la radicalizzazione dell’attentatore di San Bernardino, Syed Rizwan Farook, nato e cresciuto in ambiente middle class californiano, con una laurea e un buon lavoro? In realtà più della sociologia è forse la psicologia che ci aiuta a capire chi e perché diventa estremista. Il punto che sembra unire tutti questi soggetti è che tutti paiono alla ricerca qualcosa: un ideale, un senso di appartenenza, un’avventura. Come dice Ed Husein, un ex militante islamista nato e cresciuto a Londra, i jihadisti europei spesso «sono disillusi, non emarginati. Molti sono ben istruiti e con una buona famiglia. Ma cercano tutti dei valori o una ragione per la quale combattere, una causa per la quale poter morire». La mancata integrazione e la vita in un quartiere malfamato posso aiutare a creare questa disillusione, ma da soli non offrono una spiegazione concreta per illustrare un fenomeno così complesso come la radicalizzazione.