martedì 20 gennaio 2015

giovedì 15 gennaio 2015

Europa ed Italia di fronte al radicalismo violento


Il primo articolo interamente dedicato alle rete RAN della Commissione Europea sui problemi della alla radicalizzazione violenta: i ritardi italiani nell'uso del softpower nel contrasto al terrorismo: su l'Avvenire di oggi, pag.10

Ulteriore analisi sul tema qui:
del 17 ottobre 2014

sabato 10 gennaio 2015

La solidarietà per lobby e quella che serve di fronte al terrorismo


E' probabilmente banale sottolineare il fatto che non tutte le vittime di un attentato terroristico siano uguali. Il dato è risultato evidente in questi 3 giorni di angosce e smarrimento provenienti dalla Francia che hanno chiamato l'Europa in una gara di solidarietà che durerà almeno fino a domenica, quando a Parigi si svolgerà la manifestazione contro il terrorismo con la presenza dei Primi ministri di molti paesi.

La campagna "Je suis Charlie",  l'hashtag record su Twitter, non evidenzia una improvvisa sensibilità verso il problema del terrorismo e delle sue vittime. La rivista satirica "Charlie Hebdo", già in crisi economica,  era prodotto editoriale di nicchia noto a una piccola elité francese ed Europea. Quanto ha colpito ed emozionato profondamente è certamente stato assistere alla strage di una intera redazione giornalistica, espressione delle più larga concezione della libertà di opinione e stampa, quella della satira sacrilega. Occorre però aggiungere che l'ampia solidarietà sui social media e nelle manifestazioni di piazza, soprattutto fuori la Francia, è il risultato della mobilitazione di chi si è sentito più esposto e che ha la forza comunicativa per produrla, cioè i giornalisti, cioè i colleghi delle vittime. La categoria professionale in vero più colpita a livello di occidentali dalla furia terrorista islamista degli ultimi mesi.

La strage di Athoca a Madrid del 2004 che uccise 191 persone e provocò 2.057 feriti, non suscitò analoga solidarietà a livello europeo, come pure gli attacchi a Londra del 7 luglio 2005. Non parliamo poi degli attentati che occorrono quotidiani fuori dall'Europa; relegati ai margini delle notizie dall'estero, quasi assenti dai tg, salvo che non sia colpito un occidentale, la qual cosa garantisce i titoli di apertura per un giorno.

In Italia poi, solo per fare un esempio, quasi nessuno ha aderito nei mesi scorsi alla mobilitazione internazionale contro i Boko Haram, quella per cui nomi noti - a partire da Malala -  accanto a giovani e studenti si fotografavano con il cartello #brinkbackourgirls in solidarietà alle oltre duecento studentesse ancora oggi in ostaggio dei fondamentalisti. Gli stessi che in questi stessi giorni hanno raso al suolo una città intera, trucidando un numero di persone incerto tra le centinaia e le migliaia. Gli stessi che hanno colpito anche le ultime due vittime italiane: gli ingenieri Lamolinara e Trevisan.
L'ordine degli ingenieri non ha certo appeal comunicativo e quindi i nostro due italiani giacciono  nell'oblio.

Benvengano certo e comunque le iniziative di solidarietà, anche se funzionano a corrente alterna, ma occorre cogliere la disfunzione della loro parzialità perché il risultato dovrebbe essere già ben noto sulla scorta della storia nei nostri anni di piombo. Per decenni l'estrema sinistra ha coltivato i suoi morti, così l'estrema destra i suoi. Ci sono voluti 40 e lo sforzo delle associazioni delle vittime ( e del Presidente Napolitano) per iniziare a restituire agli italiani tutte le vittime senza distinzioni.

Queste ore dimostrano come ci sia ancora moltissimo da lavorare per fare comprendere che il terrorismo chiunque colpisce fisicamente in vero colpisce sempre il corpo vivo della società nella sua interezza.
Fare distinzioni tra le vittime dei terrorismi, attribuire valori diversificati, simbolici o meno, è quanto di più dannoso si possa fare per alimentare
il circolo vizioso vittimistico dove ognuno conta, onora e ricorda i suoi morti e favorisce così un memoria divisiva, con la possibile gravissima scia vendicativa di terrorismo e violenza politica che ne può derivare.

Il salto culturale da compiere è quindi quello di considerarle tutte alla stessa stregua, chiunque esse siano o siano state, qualunque sia la matrice del terrorismo che le ha colpite. Questo è niente altro. Questo  il punto fermo da cui partire per ogni ragionamento successivo che possa fornire alla società civile quella consapevolezza, quelle "armi razionali"  dentro i rigorosi confini dello Stato di diritto, per affrontare il terrorismo senza cadere preda di sindrome paranoiche, securitarie e populiste.
Basterebbe pensare non che siamo tutti uguali, ma che che lo diventiamo tutti di fronte alla morte portata in nome di idee.
L'unico hashtag possibile sarebbe Je sui une victime du terrorisme, ogni volta che qualcuno viene colpito, seguito dal nome ancora meglio. Un'utopia impraticabile, come un'utopia la pace in terra, ma un segnale forte di civiltà sì.

venerdì 2 gennaio 2015

"Se la sono cercata" o del victim blaming



"Se la sono cercata…"!
Questo il concetto ricorrente di moltissimi commenti sui social network sia nell'immediatezza del rapimento che a seguito del video diffuso a Capodanno che ritrae le due volontarie italiane rapite in Siria, Greta e Vanessa.
Molti poi giungono l'insulto, altri si preoccupano dei costi per il contribuente dell'eventuale pagamento del riscatto, altri parteggiano apertamente per i terroristi che le tengo sequestrate.
E' un meccanismo vecchio: lo si chiami victim blaming o doppia vittimizzazione. Funzionava già al tempo del rapimento Mettotti. Ha funzionato ai tempi di Aldo Moro. Indimenticabili i casi di Giorgio Ambrosoli (Andreotti usò l'esatta dizione), ma quante altre volte: i contractors italiani in Irak, i reporter italiani rapiti in giro per il mondo. Negli anni '60 era di moda anche nelle aule di tribunale nei processi per stupro.
In sovrappiù, in Italia il fenomeno si arricchisce di un doppio binario: si usa biasimare la vittima a seconda della parte politica. Se sono di sinistra e il rapito è percepito come di destra, o viceversa, se sono di destra è il rapito viene percepito di sinistra.
Lo sforzo di intendere le vittime tutte uguali perché eguale è l'insensatezza e l'ingiustizia della violenza politica, ideologica, religiosa o di genere su di loro esercitata, è un passaggio culturale che ai più resta difficile compiere, ancora in questo inizio 2015. Non stiamo a ripetere il vetusto "pietà l'è morta", ma prendiamo atto di una diffusa deficienza di riflessione sulla violenza, trasversale a quasi tutte le aree politico culturali.