lunedì 14 dicembre 2015

Islam e radicalizzazione. La cultura dei diritti umani per contrastare gli estremismi violenti

A seguito dei tragici fatti di Parigi e del buon successo di adesione al corso CESEDI su "Islam e radicalizzazione" permalink, è stata fissata una iniziativa di presentazione di tale corso il prossimo lunedì 14 Dicembre, in Sala Rossa a Palazzo di Città, alle ore 12,30 e alla quale parteciperanno il Sindaco Fassino, il Presidente del Consiglio Comunale, Porcino, il Presidente del Consiglio regionale, Laus, e la consigliera della Città Metropolitana, Genisio, la Presidente della Commissione legalità e contrasto dei fenomeni mafiosi, Fosca Nomis, e per la Radicalisation Awareness Network (RAN), Luca Guglielminetti. Qui sotto il video quasi integrale dell'iniziativa.

Islam e radicalizzazione from Luca Guglielminetti on Vimeo.

domenica 13 dicembre 2015

martedì 8 dicembre 2015

venerdì 27 novembre 2015

L'Italia (che non è la Danimarca) parte con la prevenzione soft del terrorismo?

Breve intervista a Giovanni Sabato su L'Espresso di questa settimana dedicato a "Cosa farà l'Italia" dopo i fatti di Parigi: i primi timidi passi verso il contrasto alla radicalizzazione e le politiche di CVE sul modello Europeo.


«Approvare eggi dure è facile,
il difficile è fare qualcosa di incisivo.
Noi abbiamo scelto un’altra via non per
ideologia, ma perché funziona». Parole di
Allan Aarslev, a capo del ramo poliziesco
di un programma d’eccellenza nella
prevenzione dell’estremismo: quello
di Aarhus, la seconda città danese. La
Danimarca era una delle maggiori fonti di
jihadisti diretti in Siria. Molti da Aarhus.
La città però da un paio d’anni ha avviato
un programma ad ampio spettro di
prevenzione e recupero. Pre Ben
Bertelsen, lo psicologo che lo guida, ha
constatato che i suoi giovani concittadini
non si distinguevano dai tanti estremisti
studiati nei decenni passati. L’idea
consolatoria che si tratti di squilibrati o
psicopatici è da tempo sconfessata. Né
la miseria economica o culturale spiega
tutto: molti sono benestanti e istruiti. I
meccanismi psicologici sono complessi,
e includono molti elementi della normale
ricerca di identità dei giovani, come
il bisogno d’appartenenza, di rilevanza
e di conforto esistenziale. Perché a volte
ciò deragli verso il fanatismo violento
non è del tutto chiaro. Spesso però
conta la marginalità sociale. Avvertita
di persona, come nel ricordo d’infanzia
di un attentatore francese: un passante
urtato per sbaglio dalla sorella ha sputato
a terra con disprezzo chiamandola
«sporca araba». «Allora ho capito cosa
sarei diventato», ha raccontato.
La municipalità ha coinvolto scuole,
famiglie, assistenti sociali, associazioni
giovanili, comunità religiose, polizia. Si è
istruito chi era a contatto coi ragazzi sui
segni di radicalizzazione: un improvviso
interesse religioso, la frequentazione
assidua di certi siti, cambi d’aspetto,
amicizie. Pur a fatica, si è collaborato
con una moschea incline al
fondamentalismo, che ha cambiato
atteggiamento. Ai giovani a rischio o
radicalizzati, incluso chi rientra dalla
Siria, si offre un tutor sia per i problemi
pratici sia per dubbi politici e religiosi.
Senza discutere le convinzioni religiose,
ma per evitare ossessioni totalizzanti.
«Puoi batterti per qualsiasi ideale, ma
non con la violenza» è il messaggio.
E pare funzioni: nel 2012 e 2013 lì si
erano arruolata una trentina di jihadisti,
nel 2014 solo uno.

«E' questo IL modello vincente,
un’eccellenza anche fra le realtà del
Nord Europa. Nel Sud siamo in ritardo,
ma l’Italia ha iniziato a muoversi»,
spiega Luca Guglielminetti, membro del
Radicalisation Awareness Network (Ran)
istituito dall’Ue nel 2011 per mettere a
sistema le realtà europee. «Col ministero
della Giustizia abbiamo formato i quadri
e gli operatori di prima linea. A Torino
a maggio abbiamo creato un gruppo
con amministrazioni pubbliche, carceri,
questura, polizia municipale, gruppi che
lavorano con i migranti, scuole, comunità
religiose. E ora cerchiamo di esportare
il modello. Il ministero dell’Interno è
partito a febbraio, per lavorare fra l’altro
su comunicazione e aiuto alle famiglie».
Restano però iniziative un po’
sporadiche. «Manca un coordinamento
tra istituzioni e società civile. I soldi
ci sono, anche dall’Europa. Ora va
costruita in ogni città una rete capace di
interventi su misura. È un lavoro lungo.
Ma per questo dobbiamo partire subito».

domenica 15 novembre 2015

Di fronte la strage di Parigi: The soft (power) is the hardest






The soft (power) is the hardest in counter violent radicalisation, cioè intervenire nelle fasi (e nei luoghi) del processo di radicalizzazione violenta jihadista precedenti a quelle finali in cui la violenza diventa pratica concreta, come accaduto a Parigi nella strage del 13 Novembre, è quanto tentano di fare molti paesi europei, e la Commissione Europea consiglia, usando strumenti che preventivamente intervengano sulle persone e nelle comunità, fornendo ad esempio consapevolezza e informazioni alle famiglie e agli opinion leader locali e religiosi, programmi di deradicalizzazione nelle prigioni, o di rafforzamento del pensiero critico nelle scuole.
Assistiamo invece alla retorica che prova a rassicurare l'opinione pubblica con lo stato d'emergenza, la chiusura delle frontiere e il presidio militare quando proprio il carattere indiscriminato degli obbiettivi colpiti negli attentati terroristici di Parigi dimostrano che non ci sono più obbiettivi sensibili. Il rischio oggi è che la reazione irrazionale e liberticida abbia conseguenze politiche che potrebbero minare la stessa unità europea, invece di rafforzarla come servirebbe più che mai, soprattutto in politica estera.

L'analisi migliore che si può leggere in questi giorni è quella, su Limes o sull'Huffington Post, scritta da Mario Giro, della Comunità di Sant'Egidio e Sottosegretario del Ministero degli Affari Esteri: "Siamo in guerra? La guerra certo esiste, ma principalmente non è la nostra. È quella che i musulmani stanno facendosi tra loro, da molto tempo (…) In questa guerra, noi europei e occidentali non siamo i protagonisti primari; è il nostro narcisismo che ci porta a pensarci sempre al centro di tutto. Sono altri i veri protagonisti.
L’obiettivo degli attentati di Parigi è quello di terrorizzarci per spingerci fuori dal Medio Oriente, che rappresenta la vera posta in gioco."
Di fronte al fenomeno della radicalizzazione violenta dell'islam: "Ci impressionano i temi nichilisti di questi giovani terroristi, la mancanza assoluta del valore della vita - propria e degli altri. Così come ci scandalizza la crudeltà e l'orrore nel dare la morte." Allora in Europa: "Occorre innanzitutto proteggere la nostra convivenza interna e la qualità della nostra democrazia. (…) occorre conservare il nostro clima sociale il più sereno possibile. Mantenere la calma significa non cedere ai richiami dell’odio che bramerebbero vendetta, che per rancore trasformerebbero le nostre città in ghetti contrapposti, seminando cultura del disprezzo e inimicizia. Le immagini del britannico che spinge la ragazza velata sotto la metro di Londra fanno il gioco di Daesh."

La politica di prevenzione sociale e culturale con i suoi strumenti "soft" che intervengono alle radici del fenomeno terrorstico è quanto è mancato in Francia e manca in paesi come il nostro. Entrambi i paesi, infatti, giunti in ritardo solo quest'anno, dopo i fatti di "Charlie Hebdo", ad attivare qualche politica in tal senso, hanno un vizio: sono gestite dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni nazionali precipuamente preposte alla lotta al terrorismo tenendo fuori istituzioni locali e società civile.

Gli esempi nord europei e gli approcci suggeriti dal Summit della Casa Bianca sul CVE o dal Global CounterTerrorism Forum (GCTF),  trovano difficoltà ad applicarsi, con rare eccezioni, nei paesi latini.  Il presupposto corretto di partenza delle politiche di contrasto della radicalizzazione è che "l'intelligence , la forza militare, e l'applicazione della legge da sole non risolverà - e quando abusato possono infatti esacerbare - il problema dell'estremismo violento" . I tre pilastri in questo caso sono:
- Costruzione di sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
- Contrastare le narrazioni estremiste, come la promozione on-line di contro narrazioni promosse dalla società civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione prima che un individuo si impegni in attività criminali.
( si veda Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo)

La società civile e le amministrazioni locali possono quindi giocare un ruolo attivo - al di là dei momenti di solidarietà, di mobilitazione  e di commemorazione - come era già capitato a Torino del corso degli ‘anni di piombo’ quando autorità locali (Regione, Città Quartieri), sindacati, partiti e scuole erano state partecipi dell’opera di isolamento del terrorismo eversivo con la sua propaganda e la pedagogia dei suoi cattivi maestri.

Oggi lo scenario è diverso e gli attori da coinvolgere sono sicuramente anche altri, a partire dalle comunità islamiche,  ma gli studi sociali e psicologici ci forniscono nuove analisi e strumenti (sui processi di radicalizzazione e di de-radicalizzazione) che ci permettono di individuare una più ampia platea di soggetti da includere nell’attività di consapevolezza, formazione e prevenzione: famiglie, insegnanti e tutti coloro che sono potenzialmente in contatto con soggetti o gruppi a rischio.

Una stretta collaborazione tra le Autorità nazionali coinvolte su questo terreno (cioè i ministeri di Interni, Difesa, Giustizia, Esteri ed Educazione) con l'Europa (si veda la rete RAN) e con la società civile e le amministrazioni locali è l'unica strada che nei tempi medio lunghi possono assicurare ai nostri paesi di mantenere la loro identità liberale, democratica e pluralista di fronte alla dottrina nichilista del "martirio" che abbiamo visto all'opera a Parigi.

martedì 28 luglio 2015

Torino prima città con una piano di prevenzione della radicalizzazione violenta?

The city of Turin may soon activate a network of early prevention of radicalization and violent extremism on the European model of RAN. Press article on the daily "La Voce del Tempo": Against Terror, the  Radicalization Awareness Network

La città di Torino potrebbe attivare presto una rete di prevenzione della radicalizzazione e dell'estremismo violento sul modello europea della RAN.
Articolo su "La Voce del Tempo" Contro il terrore la ‘Rete di sensibilizzazione al problema della radicalizzazione’

domenica 28 giugno 2015

Dei diversi approcci di prevenzioni del terrorismo


In una intervista al Correre della Sera il ministro degli Interni Alfano elenca i 4 pilastri della strategia del governo italiano per la prevenzione del terrorismo, dopo la serie di stragi di venerdì scorso.
Il primo pilastro è proseguire con le espulsioni degli stranieri "che rappresentano un potenziale pericolo".
Il secondo, che definisce impropriamente "controretorica", è quello da praticare in collaborazione con i colossi di Internet ("da Apple a Google passando per Facebook, Twitter e tutti i gestori delle comunità virtuale")  "per arginare il proselitismo via web".
Il terzo è la "convocazione permanente del Comitato di analisi strategica".
Il quarto è ospitare il 29 luglio prossimo a Roma «il secondo incontro dopo quello già organizzato negli Stati Uniti di contrasto all’estremismo violento".

Il primo approccio "consegnare alle autorità degli Stati d’origine persone che hanno mostrato di non rispettare le regole pur non avendo compiuto veri e propri reati" è abbastanza discutibile per due ordini di motivi. Da una parte si scaricano sullo Stato di origine persone  sospette senza che sia chiaro cosa quest' ultimo farà di loro (sia sotto il profilo dei diritti, sia sotto il profilo del loro controllo); dall'altra questa strategia, che funziona per gli stranieri di prima generazione, non si può attuare con quelli di seconda, che sono cittadini italiani. Sono questi ultimi, che in questi anni stanno raggiungendo l'età critica, che rappresenteranno presto il maggior rischio di radicalizzazione. Per loro, al momento, ci sono solo gli strumenti repressivi del recente decreto antiterrorismo che si limitano ad inasprire le pene.

Il secondo approccio, in vero è una attività di controllo su quanto avviene sul Web. Lo sviluppo di sistemi automatici che consegna alle forze dell’ordine «”Alert” precoci che si attivano appena vengono postati messaggi che inneggiano all’estremismo». Più che "contro-retorica" è una attività utile all'intelligence per monitorare i soggetti a rischio e l'attività di propaganda.

Il terso approccio, il Comitato di Analisi Strategica Antiterrorismo (C.A.S.A.) è un tavolo permanente tra polizia giudiziaria e servizi di intelligence ed importante strumento, a livello nazionale, di condivisione e valutazione delle informazioni relative alla minaccia terroristica interna ed internazionale.

Questi primi tre pilastri rientrano nella "tradizione" di prevenzione del terrorismo. Un approccio che non è si è ancora esteso in Italia a quella prevenzione più ampia dei processi di radicalizzazione violenta e di contrasto all'estremismo violento, in sigla CVR e CVE, che usano strumenti sociali, educativi, culturali e psicoterapeutici che in molti paesi dell'Europa e del Mondo hanno iniziato ad attivare tutti i governi, come già segnalato in "Softpower nella prevenzione del terrorismo: il divario europeo" del 17 ottobre 2014 e poi sull'Avvenire del 15 gennaio 2015 "Softpower, deradicalizzazione e contronarrative nella prevenzione del terrorismo".
Recentemente anche lo studioso Lorenzo Vidino nel suo saggio per l'ISPI "L'Italia e il terrorismo in casa", ha scritto : "Programmi tesi a de-radicalizzare  aspiranti o veri e propri jihadisti  (inclusi  reduci  da  scenari  di  guerra)  sono  presenti  in  vari  paesi europei da una decina d’anni. L’Unione Europea ne ha incoraggiato  la  diffusione,  spesso  finanziando  programmi  di  enti  statali  e organizzazioni della società civile. L’Italia non ha finora sviluppato una strategia in merito e programmi del genere non sono ancora stati introdotti nel nostro paese. Ma gli operatori dell’antiterrorismo ne segnalano l’utilità e la politica comincia ad ascoltarli.
Il 9 settembre 2014, durante un intervento in Parlamento sulla minaccia del terrorismo islamista, il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha  parlato  dell’opportunità  d’introdurre «strategie  di  de-radicalizzazione  del  jihadismo,  avvalendosi  del supporto e dell’esperienza di insegnanti, assistenti sociali e  imam moderati»".
Fino ad oggi però sul questo fronte non era seguito nulla.

Oggi apprendiamo, e vengo al 4 pilastro, leggendo l'intervista al ministro Alfano, l'intenzione di emulare il presidente USA Obama con il summit tenuto alla Casa Bianca lo scorso febbraio sugli strumenti di contrasto all'estremismo violento.
L'approccio usato in quella occasione è molto chiaro: il presupposto di partenza è che "la collaborazione tra intelligence, la forza militare, e quelle di sicurezza da sole non risolvono - e quando abusato possono invece esacerbare - il problema dell'estremismo violento" (si veda https://web.archive.org/web/20150221190438/https://www.state.gov/j/ct/cvesummit/releases/237673.htm).
I tre pilastri del CVE sono:
- Costruzione di sensibilizzazione sui processi di radicalizzazione violenza e di reclutamento;
- Contrastare le narrazioni estremiste, come la promozione on-line di contro narrazioni promosse della società civile;
- Valorizzare gli sforzi delle comunità locali che intervengono consentendo di interrompere il processo di radicalizzazione prima che un individuo si impegni in attività criminali.*

Qualcosa di completamento nuovo per le politiche messe in atto nel nostro paese nella lotta al terrorismo (almeno dal tempo ormai lontano delle legislazione premiale su pentiti e dissociati per chiudere gli Anni di Piombo), ma non una novità assoluta visto che qualche esperienza è stata fatta ed è anche stata valorizzata a livello europeo.

L'Alto Rappesentate europeo Federica Mogherini, a tale Summit della Casa Bianca a febbraio, disse: "Dal 2011, il  Radicalisation Awareness Network (RAN) ha lavorato con oltre un migliaio di operatori locali e più di ottocento organizzazioni provenienti da tutta Europa: ad essi è stata data la possibilità di sviluppare raccomandazioni politiche, per raccogliere le best practice, per sostenere quelli che affrontano i problemi della radicalizzazione".
Tra gli operatori coinvolti c'è una qualche decina di italiani e la  Collezione di buone pratiche delle rete RAN contiene buone prassi anche "Made in Italy" (compreso il progetto torinese C4C), ma si tratta - come scrivevo quasi due anni fa - "di casi isolati che attendono di essere valorizzati e messi in rete" nel nostro paese.

Chissà che sia la volta buona?


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*Ulteriori info in inglese qui https://www.whitehouse.gov/the-press-office/2015/02/18/fact-sheet-white-house-summit-countering-violent-extremism

sabato 30 maggio 2015

Memoria Futura: gli “Anni di Piombo” nelle scuole

TGRPiemonte Edizione delle 14.00 del 30 maggio 2015.
Servizio sul progetto didattico dell'Aiviter (Associazione Italiana Vittime del Terrorismo) nelle scuole del Piemonte. Terza edizione 2014/2015 di "Memoria futura. Leggere gli ‘Anni di Piombo’ per un domani senza violenza”. La presentazione e premiazione dei lavori degli studenti nell'Aula del Consiglio regionale del Piemonte a Torino, avvenuta il 29 maggio 2014.
Si veda http://www.cr.piemonte.it/web/comunicati-stampa/comunicati-stampa-2015/390-maggio-2015/3708-memoria-futura-studiare-il-terrorismo-a-scuola

 

domenica 17 maggio 2015

Dalla Repubblica del dolore ad una Repubblica resiliente

"No, anche il Presidente Grasso con le lacrime agli occhi nel su discorso, mi sono detto nell'aula del Senato il 9 maggio scorso, in occasione del Giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi". Così mi racconta al telefono il figlio di una vittima, frustrato da questa esibizione del dolore che stenta ad evolversi in qualcosa di positivo che guardi avanti.

Un termine chiave utile a spiegare il tono commovente preminente nella maggioranza degli interventi, la fornisce uno degli stessi interventi che si sono succeduti in tale occasione: quello di Carol Beebe Tarantelli, la vedova dell'economista Ezio, ucciso dalla BR nel 1985. Carol è una psicanalista e nella prima parte del suo intervento ripete più volte il termine 'trauma'. E' il termine corretto che aiuta ad interpretare le variegate reazioni che le vittime e la società civile hanno di fronte ai fatti di terrorismo con la relativa gestione delle loro memorie e narrazioni.


Carol Beebe Tarantelli - Memoria e trauma from Luca Guglielminetti on Vimeo.

Raccontare la memoria di un trauma, per chi lo ha vissuto sulla propria pelle, è contemporaneamente traumatico e salutare. Non a caso la principale attività terapeutica è quella dell'ascolto in luogo protetto che chiede alla vittime o al sopravvissuto di raccontare o scrivere delle sua esperienza. Solo dopo questa fase catartica del racconto, quest'ultimo può diventare discorso e memoria pubblica, con il suo valore civile e pedagogico. 

La stragrande maggioranza delle vittime degli 'Anni di piombo' non ha avuto però assistenza psicologica per superare il trauma. Solo nell'ultimo decennio è stata loro offerta la possibilità di avvalersi di centri specialisti, da una parte, e di intervenire nel dibattito pubblico, dall'altra. 

Un secondo concetto che aiuta a definire il processo narrativo che dall'espressione del dolore passa a quello propositivo di memoria pubblica civile, dotata di un valore pedagogico, è quello di 'resilienza'. In psicologia, la resilienza è la capacità di far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà. Le decine di libri, documentari, siti web, e mostre con le voci delle vittime pubblicati e prodotti nell’ultimo decennio sono segni di una resilienza sempre più diffusa da parte di un gruppo traumatizzato che è stato in silenzio e isolato, o poco ascoltato, per decenni. Quanto maggiormente questa capacità di resilienza crescerà, tanto diminuirà l'impatto del dolore, lasciando vieppiù crescere nelle vittime la capacità di costruire storia e memoria, di portare valori positivi di giustizia e verità, di presentarsi come esempi e testimoni dei danni del terrorismo e della violenza politica. 

La "Repubblica del dolore", denunciata dallo storico Giovani De Luna, di cui si lamentava la stessa vittima che ho sentito di ritorno dalla cerimonia di Roma, potrebbe essere un passaggio obbligatorio per l'incapacità trasversale della politica e delle sue culture di far fronte ai traumi della storia del nostro paese. Ma quel dolore, se è vero che non può scomparire completamente, può stemperarsi mano a mano che diventa discorso pubblico fino a farsi antidoto, portatore di storia e memoria condivisa, quando entra nelle scuole, nelle carceri, e forse anche quando prova a dialogare con gli ex terroristi per verificare le forme di mediazione e di giustizia riparativa promosse dai recenti studi di criminologia e vittimologia.

lunedì 27 aprile 2015

La società civile di fronte al caso Lo Porto


 



Quasi tutti gli aspetti sono stati trattati di fronte alla morte del volontario Giovanni Lo Porto, rapito tra Pakistan e Afghanistan il 19 gennaio del 2012 e morto a gennaio in un raid condotto da un drone USA.
Beppe Servegnini sul Corriere della Sera ha scritto che “Giovanni Lo Porto è morto quattro volte. Quando è stato rapito, quando è stato dimenticato, quando è stato colpito, quando la notizia della sua uccisione è stata nascosta.” Ovvero: “dalla ferocia disumana dei rapitori, dalla nostra distrazione, da una bomba dal cielo, dal segreto militare”.
L’aspetto che vorrei sottolineare è quello della dimenticanza, o della nostra disattenzione, perché è questo il fattore che ha fatto di Lo Porto “un sequestrato di serie B”, come ha detto il padre Vito.
Il rango della vittima ha nelle solidarietà che gli viene espressa la miglior misura.
Chi, come il sottoscritto vive a Torino, ha potuto negli ultimi mesi constatare la diversità, anche quantitativa, di solidarietà verso le vittime parigine di Chalie Hebdo e quelle dell’attentato al Bardo di Tunisi. La mobilitazione a livello di comunicazione e di partecipazione in piazza alla prima è stata assai più estesa per il primo attentato che non per il secondo, nonostante questo contasse vittime italiane e torinesi.
Così nei rapimenti. Negli anni pregressi abbiamo visto le mobilitazioni in favore delle vittime illustri, dalla Giuliana Sgrena a Domenico Quirico. E parimenti l’assenza di mobilitazioni per volontari come Giovanni Lo Porto, o lavoratori, come gli ingeneri rapiti e uccisi in Nigeria da Boko Haram nel 2012 e 2013: Franco Lamolinara e Silavano Travisan.
E’ naturale che accada tutto ciò?
Si potrebbe dire che è normale che una vittima legata al mondo della comunicazione, grazie all’appoggio del suo entourage, sia fornita di maggiore appoggio, solidarietà e mobilitazione.
Ma forse occorrerebbe partire da un altro punto di vista e domandarsi: come mai la società civile non si è dotata di strumenti atti a garantire un livello equanime di appoggio, solidarietà e mobilitazione a tutti i rapiti dal terrorismo internazionale?
Naturalmente in altri paesi europei esistono associazione che svolgono un ruolo di appoggio ai rapiti e ai loro familiari. Organizzazioni che oltre a svolgere un ruolo di sostegno legale e psicologico alle famiglia, fronteggino anche il problema di tenere alta la mobilitazione in favore di quei rapiti, che per ruolo e professione non godono di “buona stampa”.
Certamente si tratta di un ruolo anche delicato, specie di fronte agli ordini di silenzio stampa che arrivano puntuali dall’unità di crisi della Farnesina che gestisce le trattative. Ordini che però sono stati spesso elusi da testate che si trovavano propri collaboratori coinvolti in rapimenti. Ordini che talvolta vanno elusi per garantire una attenzione e un impegno maggiore da parte della stessa Unità di crisi.
Allora, giustamente ci si scandalizza dell’Aula parlamentare semideserta venerdì pomeriggio scorso di fronte alla relazione del Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, che relazionava sul caso Lo Porto, ma anche la società civile, capace in altre occasione di mobilitazioni per le cause anche le più lontane ed inusitate, dimostra una propria debolezza e una incapacità di esprimere empatia verso chi subisce certe forme di violenza politica.

domenica 29 marzo 2015

Dal Bardo a Torino: le opzioni di lotta al terrorismo

A Tunisi si è svolta oggi la marcia internazionale contro il terrorismo. In migliaia sono partiti dalla piazza del raduno, Bab Saadoun. "Stessa lotta a Copenaghen Parigi e Tunisi", "basta odio e morte", sono alcuni degli slogan e degli striscioni dei manifestanti. Al corteo anche i leader mondiali, tra i quali il premier Matteo Renzi che ci ha fatto ascoltate le parole di circostanza: "una terribile ferita… la Tunisia non è sola… non la daremo vinta ai terroristi… ".

Al di là di tali parole, le politiche con le quali il nostro paese contrasta il terrorismo, nelle dimensioni e sfide che ha assunto con l'ISIS, non sono oggetto che conquisti le prime pagine o l'apertura dei telegiornali. E' più facile che ciò accada per i "vecchi" fatti degli Anni di Piombo: dal caso Moro, al caso Battisti o le strage impunite.
Anche i dibattiti pubblici seguono la stessa logica. Così oggi, dall'inizio di quest'anno, sappiamo che, dopo i fatti di "Charlie Hebdo", è stato faticosamente approvato un decreto antiterrorismo che si limita a introdurre nuovi reati o a modificare il Codice penale. La strada maestra italiana della lotta al terrorismo resta quella, indiscussa, dell'indagine giudiziaria e della intelligence, da dotare degli strumenti legislativi adatti ed oggi indirizzati ad apologeti, reclutatori e foreign fighter.

Le prime applicazioni del decreto sono arrivate con la inchiesta "Balkan connection" di pochi giorni fa che ha scoperto una cellula terroristica dell'ISIS in Italia. Su tre arrestati due sono del torinese. Altri due indagati rilasciati a piede libero, sono entrambi di Torino e provincia. Tutti giovanissimi e spesso semplici studenti.
La mia impressione è che l'area metropolitana di Torino si stia avviando a diventare una grande bandlieue del nord ovest, non dissimile da quelle parigine.

L'assenza di dibattito però impedisce che si possa ragionare su altri strumenti di contrasto al terrorismo e alle forme di radicalizzazione violenta che iniziano a penetrare nel nostro paese sotto gli occhi di genitori ed insegnanti stupiti ed ignari.
Mi riferisco all'uso del soft power: quegli strumenti sociali ed educativi che attuano interventi nelle comunità a rischio, nelle prigioni, nelle famiglie, nelle scuole e che puntano ad intervenire sulle radici del fenomeno terroristico, di cui ho parlato qui, su Avvenire e a Rai radio 1.

Intervenire cioè nelle fasi (e nei luoghi) del processo di radicalizzazione precedenti a quelle finali in cui la violenta diventa pratica concreta, è quanto tentano di fare molti paesi europei, e la Commissione Europea consiglia, usando strumenti che preventivamente intervengano sulle persone e nelle comunità, fornendo ad esempio consapevolezza alle famiglie e agli opinion leader locali e religiosi, programmi di deradicalizzazione  nelle prigioni o di rafforzamento del pensiero critico nelle scuole.
Qui in Italia si sta invece intervenendo nel processo di radicalizzazione violenta dei giovani estendendo l'applicazione delle leggi anche a chi non ha ancora compiuto fatti di sangue, a chi ha fatto propaganda, a chi è in contatto con foreign fighter, a chi si è prestato a forme di reclutamento on line.  Fatti gravi,  certamente, ma che usano solo la mano pesante della legge, rinunciando a ogni forma soft preventiva di recupero sociale dei soggetti e delle comunità a rischio.
Soggetti e comunità i cui profili - giovani emigrati di seconda generazione dell'area torinese - stanno emergendo senza che nessuno se ne accorga, se ne preoccupi e se ne faccia politicamente carico.

domenica 15 marzo 2015

Le vittime del terrorismo tra Stato e società civile. Il ruolo delle loro associazioni.

Tutti possono osservare gli atti di solidarietà nell'immediatezza dell'attacco tanto dello Stato che del corpo sociale colpito dall'attacco terroristico, ma è poco osservato, se non negletto, quanto occorre nei tempi successivi, brevi e lunghi che siano.

Prendiamo spunto dai fatti recenti di Parigi, dove due mesi fa, nel corso di tre giorni, tre terroristi hanno seminato sangue nello sgomento generale a livello mondiale, uccidendo 17 persone e ferendone 11. Che cosa ricordiamo oggi? Le immagini dei telegiornali e dei media, "Charlie Hebdo" e le sue vignette; le manifestazioni di solidarietà dell'11 gennaio in tutta la Francia e in giro per il mondo con la diffusione virale dei cartelli "Je suis Charlie"; l'eco del dibattito sul diritto di satira e di offesa delle religioni. Qualcuno rammenterà ancora il nome dei fratelli Kouachi e di Coulibaly, o il nome delle vittime più famose, come il disegnare Wolinsky e il direttore Charbonnier.
Nel frattempo le vittime hanno iniziato un percorso poco conosciuto dal giorno dopo le imponenti manifestazioni in loro solidarietà.
Innanzi tutto occorre precisare che le vittime non sono solo i morti e feriti. Ci sono gli illesi, i testimoni diretti dei fatti nella redazione del giornale, gli ostaggi del supermarket Kosher e della tipografia nell'epilogo di quei tre giorni, le cui conseguenze per lo shock subito si articolano in molteplici patologie. Ho incontrato pochi giorni fa il proprietario della tipografia a Dammartin-en-Goele, figlio di immigrati italiani dal Molise, Michel Catalano che mi ha raccontato come da quel giorno abbia perso il sonno: la morte gli è passata assai vicina.
Lo stesso per i feriti e i familiari, cioè le vittime indirette, dei morti e dei feriti sui quali le conseguenze del fatti si ripercuotono in termini psicologici, sociali ed economici che possono arrivare a travalicare le generazioni. Pensiamo al caso italiano di Piazza Fontana: nella battaglia per la memoria e le verità è coinvolto ormai un nipote, Matteo Dendena, della vittima diretta, Giuseppe.
Premesso che l'obiettivo di un attacco terroristico è sempre la società civile, sia che questo si articoli nella modalità indifferenziata della strage, o in quale selettiva degli obiettivi da colpire, la questione che voglio evidenziare è la risposta dello Stato e della società verso le vittime nel corso del tempo.
Tutti possono osservare gli atti di solidarietà nell'immediatezza dell'attacco tanto dello Stato che del corpo sociale colpito dall'attacco terroristico, ma è poco osservato, se non negletto, quanto occorre nei tempi successivi, brevi e lunghi che siano.
Restiamo nella Francia di "Carlie" e osserviamo cosa capita a livello di Stato e di società, verso le vittime dirette o indirette che siano. Il governo francese ha varato diverse forme di sostegno e riparazione dei danni subiti dalle vittime, ma queste non avrebbero affetto alcuno se non ci fosse un "corpo intermedio" che le rende fruibili ai familiari delle vittime e ai sopravvissuti. Questo corpo intermedio è l'associazione francese AfVT.org. In questi due mesi tale associazione sta facendo esattamente quanto in Italia svolge l'associazione Aiviter da 10 anni, cioè da quando è stata varata una legge specifica per le vittime del terrorismo, la n. 206 del 2004. Le associazione delle vittime rendono cioè noti ed applicabili quei diritti che altrimenti, solo garantiti sulla carta, sarebbero pressoché nulli ai più quando privi dell'intermediazione che li rende conosciuti e praticabili nei suoi spesso complessi iter burocratici.
E la società civile? Restando in Francia, dopo due mesi dagli attentati, sicuramente c'è una attenzione, al di là di timori per nuovi attacchi, verso le vittime. La si può misurare anche quantitativamente nelle vendite dei numeri successivi di Carlie Hebdo. Ma, come capita sempre, si insinuano già una serie di fattori che minano la solidarietà verso le vittime. Tra paure, sospetti e teorie cospiratorie, il terrorismo si giova del carattere equivoco del suo agire, comunicare e legittimassi e delle frequenti strumentalizzazioni dirette o indirette, nazionali o internazionali, che gli girano attorno.
Considerazioni del tipo: "le vittime se la sono se la sono cercata", oppure: "il governo non ha prevenuto l'attacco quindi forse era interessato a subire un attacco per giustificare le sue politiche interne e internazionali", sono reazioni che provocano il crollo della solidarietà, della fiducia nelle istituzioni, della coesione sociale e, nelle vittime, una seconda vittimizzazione.
Accade così che le associazione - che svolgono il ruolo sussidiario di far applicare i diritti delle vittime, sopra citato, oltre quello di salvaguardarne la memoria - si trovano presto prive di aiuto e sostegno dalla società civile. Non una raccolta fondi a loro favore, non una associazione di simpatizzanti (cioè non costituita da vittime) che si ponga a loro supporto o servizio. Esistono miriadi di associazione per le cause più disparate, comprese verso le vittime di conflitti e genocidi, ma non una verso le vittime di quel particolare conflitto che è il terrorismo.
Questo comporta che le associazioni delle vittime del terrorismo debbano sostenersi con la loro proprie forze: quelle dei loro membri, familiari di vittime e di sopravvissuto, al massimo di qualche ente privato o istituzione pubblica locale o europea. Chiedere un sostegno diretto ai rispettivi governi è una scelta politicamente improponibile: in Italia abbiamo coinvolgimenti diretti di parti dello Stato nelle stragi fasciste e dei ruoli ambigui nell'affrontare il terrorismo rosso; in Francia, fino a pochi anni fa, i governi, sotto la cosiddetta dottrina Mitterrand, si giovavano indirettamente dei terrorismi interni spagnolo e italiano, ospitando e garantendo asilo ai terroristi di ETA e del brigatismo nostrano.
Uno degli effetti meno studiati del fenomeno terroristico è proprio questo: il suo carattere ambiguo che mina la coesione sociale, la solidarietà alle vittime, la fiducia nelle istituzioni. Le vittime in tutta Europa, negli ultimi 30 anni, si sono trovate a doversi auto-organizzare, spesso nell'indifferenza della società e nell'imbarazzo delle istituzioni statali.
Solo rari e recenti studi hanno evidenziato il ruolo positivo e propulsivo che le associazioni hanno svolto nel gioco democratico sotto il profilo qualitativo della trasparenza (contro la ragion di Stato e i suoi segreti), della giustizia (mancata o insufficiente) e della ricostruzione storica; e sotto quello "narrativo" che le testimonianze delle vittime giocano nella 'guerra di parole' contro il terrorismo e la radicalizzazione violenta. Il ruolo assistenziale e la dimensione autorganizzata (self help group) per far fruire a vittime e familiari i loro diritti è ancor meno conosciuto.

mercoledì 11 marzo 2015

11M2015 L'OMAGGIO EUROPEO ALLE VITTIME DEL TERRORISMO


Bruxelles, 11a Giornata Europea in Ricordo delle Vittime del Terrorismo.
E' stato un onore oggi conoscere la figlia, Hélène, del vignettista di Charlie Hebdo, Philippe Honoré, la sorella della poliziotta, Clarissa Jean-Philippe, uccisa l'8 gennaio e Michel Catalano che ha affrontato i fratelli Kouachi nella sua tipografia nell'epilogo di quei tre giorni terribili.

Qui l'intervento del Commissario della DG Affari interni: Speech by Commissioner Avramopoulos

sabato 21 febbraio 2015

Omaggio al Presidente Aiviter, Dante Notaristefano

UNA GIORNATA AMERICANA
Anche a New York c'è un edificio a fetta di polenta come a Torino, solo che lì lo chiamano Flat-iron Building cioè Ferro da stiro (all’anagrafe il nome è Fuller Building), un elegantissimo edificio nel centro di Manhattan a ridosso di Madison Square Park.

Lo abbiamo ammirato tutto illuminato con Dante la sera del 22 settembre del 2011, da un tavolino, in un roof bar, quei locali dotati di terrazzo sul tetto, sito proprio prospiciente a quell'edificio così familiare.

La mattina di quel giorno Dante si era trovato a rappresentare l'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo alla inaugurazione del Forum Globale contro il Terrorismo (Global Counterterrorism Forum) con i ministri degli esteri di ben 30 paesi, tra i quali l'Italiano Frattini, convocati su iniziativa del Dipartimento di Stato Americano, in occasione del 10° anniversario dell'attacco alle Torri Gemelle e in concomitanza con l'annuale Assemblea delle Nazioni Unite.

L'allora Segretario di Stato Hillary Clinton, con quell'iniziativa stava aprendo la collaborazione agli altri paesi nella lotta al terrorismo nel nuovo corso dell'amministrazione Obama che intendeva superare l'approccio bellico e muscolare di quella precedente, per affrontare il fenomeno in modo quanto più preventivo possibile, come ribatito nel recentissimo summit alla Casa Bianca su Countering Violent Extremism.

Ai ministri dei vari paesi coinvolti il Dipartimento di Stato aveva chiesto di inviate nell'occasione le associazione delle vittime del terrorismo dei loro paesi e quel giorno i lavori si aprirono infatti con le parole delle vittime da tutto il mondo raccolte in video dall'associazione diretta da Carie Lemack, figlia di una passeggera del volo United Airlines 93, quello col quale i terroristi intendevano colpire il Campidoglio o la Casa Bianca.

I ministri degli altri paesi non si affannarono però a cercare associazioni di vittime. La Farnesina fu l'unico ministero dei 30 paese ospitati a contattare quella che meglio rappresentasse l'Italia. Aiviter era l'unica accreditata alla Commissione Europea, all'Osce, alle Nazioni Unite. Era l'unica che in delegazione guidata da Dante fosse andata all'Eliseo a Parigi nel 2008 ad affrontare direttamente il Presidente francese Nicolas Sarkozy per il caso di uno dei tanti latitanti espatriati in Francia dopo gli anni di piombo. L’anno dopo a Madrid, nel luglio 2012, Dante fece uno dei sui interventi più importanti, in occasione della sessione di lavori del Forum Globale contro il Terrorismo dedicata alle vittime del terrorismo (leggibile qui).
Ho voluto ricordare il momento dolce di una serata con Dante sullo sfondo di Manhattan, per sottolineare come nonostante il suo fragile stato di salute, già allora, ebbe la forza e la volontà di perseguire il suo ruolo con una tenacia unica, a sprezzo delle fatiche immense a cui si sottoponeva. Le stesse fino alle scorse settimane, quando il suo fiato si face vieppiù affannoso.
Una tenacia che gli ha permesso nei suoi ultimi 8 anni di gioire per le soddisfazioni e di non affondare per le amarezza. Già perché, solo restando a quel giorno americano, nessun quotidiano o media diede poi notizia di quella partecipazione. Così come gli è capitato in troppe altre circostanze: il suo merito è rimasto sconosciuto o forse incompreso. La sua cura per la custodia della memoria storica al fine di impedire che calasse l’oblio sul sacrificio delle vittime e per prevenire il terrorismo nelle giovani generazioni, ha una dimensione morale in Dante che ancora a troppi sfugge.
Un onore per me avere collaborato con Dante.
Sia a lui lieve la terra.

giovedì 15 gennaio 2015

sabato 10 gennaio 2015

La solidarietà per lobby e quella che serve di fronte al terrorismo


E' probabilmente banale sottolineare il fatto che non tutte le vittime di un attentato terroristico siano uguali. Il dato è risultato evidente in questi 3 giorni di angosce e smarrimento provenienti dalla Francia che hanno chiamato l'Europa in una gara di solidarietà che durerà almeno fino a domenica, quando a Parigi si svolgerà la manifestazione contro il terrorismo con la presenza dei Primi ministri di molti paesi.

La campagna "Je suis Charlie",  l'hashtag record su Twitter, non evidenzia una improvvisa sensibilità verso il problema del terrorismo e delle sue vittime. La rivista satirica "Charlie Hebdo", già in crisi economica,  era prodotto editoriale di nicchia noto a una piccola elité francese ed Europea. Quanto ha colpito ed emozionato profondamente è certamente stato assistere alla strage di una intera redazione giornalistica, espressione delle più larga concezione della libertà di opinione e stampa, quella della satira sacrilega. Occorre però aggiungere che l'ampia solidarietà sui social media e nelle manifestazioni di piazza, soprattutto fuori la Francia, è il risultato della mobilitazione di chi si è sentito più esposto e che ha la forza comunicativa per produrla, cioè i giornalisti, cioè i colleghi delle vittime. La categoria professionale in vero più colpita a livello di occidentali dalla furia terrorista islamista degli ultimi mesi.

La strage di Athoca a Madrid del 2004 che uccise 191 persone e provocò 2.057 feriti, non suscitò analoga solidarietà a livello europeo, come pure gli attacchi a Londra del 7 luglio 2005. Non parliamo poi degli attentati che occorrono quotidiani fuori dall'Europa; relegati ai margini delle notizie dall'estero, quasi assenti dai tg, salvo che non sia colpito un occidentale, la qual cosa garantisce i titoli di apertura per un giorno.

In Italia poi, solo per fare un esempio, quasi nessuno ha aderito nei mesi scorsi alla mobilitazione internazionale contro i Boko Haram, quella per cui nomi noti - a partire da Malala -  accanto a giovani e studenti si fotografavano con il cartello #brinkbackourgirls in solidarietà alle oltre duecento studentesse ancora oggi in ostaggio dei fondamentalisti. Gli stessi che in questi stessi giorni hanno raso al suolo una città intera, trucidando un numero di persone incerto tra le centinaia e le migliaia. Gli stessi che hanno colpito anche le ultime due vittime italiane: gli ingenieri Lamolinara e Trevisan.
L'ordine degli ingenieri non ha certo appeal comunicativo e quindi i nostro due italiani giacciono  nell'oblio.

Benvengano certo e comunque le iniziative di solidarietà, anche se funzionano a corrente alterna, ma occorre cogliere la disfunzione della loro parzialità perché il risultato dovrebbe essere già ben noto sulla scorta della storia nei nostri anni di piombo. Per decenni l'estrema sinistra ha coltivato i suoi morti, così l'estrema destra i suoi. Ci sono voluti 40 e lo sforzo delle associazioni delle vittime ( e del Presidente Napolitano) per iniziare a restituire agli italiani tutte le vittime senza distinzioni.

Queste ore dimostrano come ci sia ancora moltissimo da lavorare per fare comprendere che il terrorismo chiunque colpisce fisicamente in vero colpisce sempre il corpo vivo della società nella sua interezza.
Fare distinzioni tra le vittime dei terrorismi, attribuire valori diversificati, simbolici o meno, è quanto di più dannoso si possa fare per alimentare
il circolo vizioso vittimistico dove ognuno conta, onora e ricorda i suoi morti e favorisce così un memoria divisiva, con la possibile gravissima scia vendicativa di terrorismo e violenza politica che ne può derivare.

Il salto culturale da compiere è quindi quello di considerarle tutte alla stessa stregua, chiunque esse siano o siano state, qualunque sia la matrice del terrorismo che le ha colpite. Questo è niente altro. Questo  il punto fermo da cui partire per ogni ragionamento successivo che possa fornire alla società civile quella consapevolezza, quelle "armi razionali"  dentro i rigorosi confini dello Stato di diritto, per affrontare il terrorismo senza cadere preda di sindrome paranoiche, securitarie e populiste.
Basterebbe pensare non che siamo tutti uguali, ma che che lo diventiamo tutti di fronte alla morte portata in nome di idee.
L'unico hashtag possibile sarebbe Je sui une victime du terrorisme, ogni volta che qualcuno viene colpito, seguito dal nome ancora meglio. Un'utopia impraticabile, come un'utopia la pace in terra, ma un segnale forte di civiltà sì.

venerdì 2 gennaio 2015

"Se la sono cercata" o del victim blaming



"Se la sono cercata…"!
Questo il concetto ricorrente di moltissimi commenti sui social network sia nell'immediatezza del rapimento che a seguito del video diffuso a Capodanno che ritrae le due volontarie italiane rapite in Siria, Greta e Vanessa.
Molti poi giungono l'insulto, altri si preoccupano dei costi per il contribuente dell'eventuale pagamento del riscatto, altri parteggiano apertamente per i terroristi che le tengo sequestrate.
E' un meccanismo vecchio: lo si chiami victim blaming o doppia vittimizzazione. Funzionava già al tempo del rapimento Mettotti. Ha funzionato ai tempi di Aldo Moro. Indimenticabili i casi di Giorgio Ambrosoli (Andreotti usò l'esatta dizione), ma quante altre volte: i contractors italiani in Irak, i reporter italiani rapiti in giro per il mondo. Negli anni '60 era di moda anche nelle aule di tribunale nei processi per stupro.
In sovrappiù, in Italia il fenomeno si arricchisce di un doppio binario: si usa biasimare la vittima a seconda della parte politica. Se sono di sinistra e il rapito è percepito come di destra, o viceversa, se sono di destra è il rapito viene percepito di sinistra.
Lo sforzo di intendere le vittime tutte uguali perché eguale è l'insensatezza e l'ingiustizia della violenza politica, ideologica, religiosa o di genere su di loro esercitata, è un passaggio culturale che ai più resta difficile compiere, ancora in questo inizio 2015. Non stiamo a ripetere il vetusto "pietà l'è morta", ma prendiamo atto di una diffusa deficienza di riflessione sulla violenza, trasversale a quasi tutte le aree politico culturali.